Martedì, 17 Febbraio 2009 14:07

Emidio Clementi a Massimo Volume

Scritto da Corrado De Paolis
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Il 31 gennaio i Massimo Volume sono tornati per la seconda volta a Roma, nello stesso locale, il Circolo Degli Artisti alle porte del Pigneto. Sono tornati per una data nello stesso posto a poco più di un mese di distanza dalla prima volta in cui ci avevano messo piede. Roba importante. Segnale inequivocabile di un’attenzione ritrovata, di un affetto e di un rispetto importanti che la scena sta riservando al rientro nel giro delle parole di Emidio Clementi.

Del suo basso, della sua band, della propria acclamata reunion. Inevitabile quindi questa intervista. Poche chiacchiere. Un educato e ossequioso colloquio con un musicista, scrittore, che dal “Traffic” di Torino 2008 si è ripreso con calma il suo posto nel rock italiano. E che ha appena presentato il suo ultimo libro…

Due volte a Roma. Due concerti pieni e nello stesso posto. Sicuramente ci saranno stati doppioni, magari avrete anche rivisto dal palco le stesse facce. Dall’assenza musicale come Massimo Volume per almeno otto anni all’essere diventati rituali come una messa. Non starete toccando vette di divinità magari inaspettate?
Mi piace il silenzio, la concentrazione del pubblico, l’affetto che sento nei nostri confronti. Mi piace che la gente pensi che un concerto dei Massimo Volume sia una cosa seria, intima, magari da viversi a occhi chiusi. Ma vorremmo restare lontano da qualsiasi forma di santificazione, che equivale alla morte, artisticamente parlando.

Com’è ritrovarsi a suonare allo stesso modo dopo anni? E soprattutto com’è il Pianeta Musica rispetto a dieci anni fa?
Credo che il motivo per cui abbiamo deciso di andare avanti dopo la data di Torino sia stato proprio aver ritrovato il nostro suono, come se ci stesse aspettando, disperso da qualche parte nelle condutture elettriche dei cavi e degli amplificatori. Era lì e non pareva invecchiato, anzi. Riguardo la scena, non so, ho come l’impressione che un mondo sia finito - intendo quello delle case discografiche, con tutti i suoi difetti e una certa approssimazione - ma ancora non si sia trovato un valido sostituto. C’è Internet, che di sicuro rappresenta il futuro, ma al momento manca la sostanza, cioè i quattrini.

Sotto il palco c’è spesso gente a bocca aperta. Che effetto fa essere ascoltato, ragionato ed assimilato per ogni virgola di ogni tuo verso?
Se pensi che all’epoca di “Stanze” metà del pubblico se ne andava dopo i primi due pezzi e c’era sempre qualcuno che gridava: “Ma quando cominciate a cantare?”, è una bella soddisfazione. Ma vorrei approfittare di quest’intervista anche per ringraziare tutti quelli che ci hanno seguito negli anni lungo un percorso non sempre comodissimo.

Siete tornati alla ribalta nella scena indie, come se il tempo si fosse fermato al giorno prima del vostro scioglimento. Non capita a tutti di non essere visti come gli opportunisti del momento. Avete avuto paura di rischiare di diventare un gruppo per nostalgici?
No, anche perché io spero che il meglio debba ancora venire. Non capisco quest’urgenza del rock di voler bruciare tutto in fretta. Negli altri campi dell’arte nessuno ti chiede la tua data di nascita. Richard Strauss ha scritto ‘Metamorfosi’ e le ‘Four last songs’ a settantacinque anni, Roth ha trovato la sua voce a sessanta. Vorrei che il rock uscisse da quell’eterno stadio post-adolescenziale in cui pare essere condannato.

Se vi proponessero Sanremo (domanda sinistra e tendenziosa n.d.r.) ?
Ti rispondo sinceramente e senza pregiudizi: credo che non andremmo. Voglio dire, che senso avrebbe per noi partecipare a una competizione canora? Per di più in un contesto del tutto estraneo? Detto questo non ho nulla contro il festival in sé. Ci sono anche stato, qualche anno fa. Ho accompagnato Moltheni. Con me c’era anche Manuel Agnelli. Purtroppo non siamo mai riusciti a entrare all’Ariston e abbiamo seguito il festival nella stanza dei giornalisti, da un monitor. E’ stata comunque un’esperienza divertente. In quei giorni a Sanremo basta mettersi a correre per strada per essere inseguiti da un’orda di fotografi e giornalisti. E’ facile passare da star.

Mi cito e faccio male. Nel Report del concerto ho scritto da rozzo commentatore che a modestissimo parere dello stesso rozzo voi dal vivo siete un gruppo punk imploso. Non voleva essere un’offesa, però il concetto era questo: potenza e comunicazione frontale che è riassunta in lentezza e un gran rimare d’alto livello. Movimenti rallentati ma prossemica affettuosa, intima e non distante. Le mie sono affermazioni da pazzo?
No, mi piace questa tua definizione. Il punk è nato come bisogno di comunicazione urgente, senza troppi fronzoli e orpelli e anche noi andiamo in quella direzione. Personalmente poi ho cominciato a scrivere le prime rime imitando Jim Carroll, Bob Mould, Derby Crash, John Doe. Come formazione vengo da lì e lo stesso vale per gli altri Massimo Volume.

Dallo stereo invece siete un libro. Sei consapevole di aver fatto letteratura, e cioè di aver creato un genere (almeno in Italia, in fin dei conti Luci della centrale elettrica, Offlaga Disco Pax, sono un po’ innesti del vostro ramo…)?
Non credo di aver creato un genere. Prima di me ci sono stati gli Starfuckers, i CCCP e prima di loro Ferré. Lingua parlata e una certa attenzione ai testi hanno una lunga tradizione anche qui da noi. Un filone minore, ma che ha sempre avuto un discreto riscontro.

Ritmo. Ho letto “L’ultimo Dio” tempo fa. La tua scrittura ha spesso lo stesso ritmo della prosa musicata, cioè delle canzoni insomma. La struttura, la punteggiatura, sono simili in canzone ed in pagina. C’è un incedere comune. Personale. Ho questa impressione. Sbaglio? Quando presenterai il tuo prossimo libro?
Il libro è appena uscito. Si intitola Matilde e i suoi tre padri. E’ una storia che abbraccia vent’anni. I protagonisti sono in gran parte figure femminili. C’è la famiglia, c’è l’amore, c’è la descrizione di un contesto sociale definito, ma credo che alla fine il centro del libro sia il desiderio. Desideri contrapposti che creano dissidi, ma anche movimento. Non so se è il mio libro più bello. Di sicuro è stato il più difficile.

Cosa farai e cosa farete ora? Ritirerai il basso in barca e resterai con la sola penna?
No, terminate le date del tour, cominceremo a preparare un nuovo disco, anche per stemperare questo clima celebrativo in cui siamo avvolti.

Letto 5578 volte Ultima modifica il Lunedì, 13 Aprile 2009 16:14
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