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Lunedì, 30 Giugno 2008 11:38

Germano Serafini: un fotografo in mille pezzi

Scritto da Rossana Calbi
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Germano Serafini, trentaduenne fotografo romano, ha poco a che fare con l’idea dell’uomo “inquadra e scatta”, ma è piuttosto un connubio di visioni dell’arte tra moderno e passato, facendo quello che pochi artisti riescono: incuriosire. E’ anche un buon comunicatore: si mette in gioco sempre con performance che coinvolgono direttamente la sua persona e si presta a qualsiasi provocazione e contrasto. Molto sicuro di sé, non pecca mai di vanagloria, ma nonostante sia avvezzo al confronto con il pubblico ci è parso insolitamente teso. Magari perché gli facevo domande da uno sgabello e lo guardavo dall’alto in basso?

Chissà! Riuscire a creare tensione in un estroverso è stato comunque un bel gioco... Questo il resoconto della conversazione nel suo studio.

Come mai hai scelto la fotografia?
Oddio, ho iniziato da quasi vent’anni! Ho preso la mai prima macchina reflex-pellicola in mano e da lì ho iniziato un percorso che segue le scie di mio padre che lavorava come cronista alla Zecca dello Stato. Il fatto è che ho iniziato a pensare per immagini in modo inconsapevole, e da allora le immagini fanno parte della mia vita. Sono stato fotoreporter, mi sono occupato di still-life e successivamente di grafica digitale, ma la mia formazione è classica. Nel digitale ricerco la semplicità.

C’è per te una differenza tra pellicola e digitale rispetto al messaggio comunicato?
La velocità di esecuzione e la serialità del digitale supportano un altro tipo di comunicazione, sia per il tempo impiegato che per l’impiego economico. Ad esempio, per il teatro mi è stato molto utile il digitale. In Dignità Autonome di Prostituzione (spettacolo teatrale con la regia di Luciano Melchionna per un format dello stesso Melchionna e di Elisabetta Cianchini, premiata come stella emergente del teatro italiano di quest’anno n.d.r.) ho ripreso tutto il loro corpo di attori: il digitale mi ha permesso oltre i mille scatti e una maggiore mobilità. Si tratta di uno spettacolo in cui credo molto perché esula dai parametri classici di rappresentazione teatrale e lo considero un lavoro sperimentale, ogni attore rappresenta le proprie caratteristiche in un contesto di piena libertà. Gli attori possono mettere a nudo la loro arte e anche l’errore diventa una parte dell’insieme.

Il tuo lavoro, in questo caso, è stato una rappresentazione della rappresentazione. Spiegaci…
È dovuto nascere un connubio . Ho rappresentato il lavoro degli artisti inserendo tantissimo di mio. Ho cercato di trovare le caratteristiche di ogni personaggio cercando l’anima degli attori.

È, però, un’anima falsata dalla stessa rappresentazione artistica dell’attore…
Non creo troppe costruzioni. Guardo all’interno di un rettangolo, trovo l’inquadratura giusta e scatto. La macchina fotografica è il mio terzo occhio. Anche nel quotidiano quando non ho con me la camera guardo comunque sempre all’interno di un rettangolo, cercando di dare il mio punto di vista, sempre e comunque.

Trovi un modo per falsare la realtà?
No. Gli do un punto di vista differente rispetto all’occhio umano classico. Lavoro in fotografia sulle diagonali, gioco all’interno del mio rettangolo cercando di mantenere un equilibrio che parte dall’inquadratura classica della fotografia e reinterpreto.

Così costruisci la tua realtà, quindi?
Esalto la figura, il soggetto che fotografo. Per questo per me è fondamentale conoscere ciò che fotografo. Come nel caso della fotografia teatrale o più generalmente di scena.

In Dignità Autonome di Prostituzione gli attori contrattano per vendere la loro arte. Tu invece preferisci donarla…
La metto a disposizione, sì, forse la regalo.

Come artista emergente sei adattabile alle commissioni che ricevi?
Inizialmente era così, adesso sopravvivo in altro modo e la fotografia per me è solo arte.

Un artista a cui ti ispiri di continuo?
Kandinsky. Sì. Il suo lavoro sul non oggettivo mi ha spinto all’arte.

Ma è assurdo per un fotografo!
Dopo aver subito gli schemi (perché trovarsi all’interno di un rettangolo è essere costretti allo schema) ho capito che devo sporcare la realtà.
Il mio lavoro GRKW Tribute, due scatti del museo Guggenheim è un omaggio a chi ha dato un nuovo avvio all’arte. La famiglia Guggenheim ha creato un contenitore organico per la realtà non oggettiva, io ho voluto ringraziare, a mio modo, con due scatti al museo newyorkese corretti ad olio, seguendo la falsa riga di Kandinsky.
Improvvisazione e consapevolezza: la base dell’arte…
Sì, solo così mi sento sicuro di quello che faccio.

Parliamo di RED PAGES, progetto esposto alla Biennale della Arti dell’Unità d’Italia a Caserta e al Premio OPEN ART 2008 di Roma…
Le mie “piccole” RED PAGES sono un trittico del 2007, tre scatti uno verticale, uno obliquo e l’altro orizzontale, da qui i loro nomi: vertical – oblique – horizontal . Tre scatti effettuati a pagine gialle affogate in una vasca da bagno il cui risultato è poi stato elaborato graficamente. Le pagine gialle sono il punto di riferimento delle persone per trovare altre persone. L’ intensificazione massiva di gente all’interno di un libro mi ha fatto pensare che su un campione di persone ce ne sono tante che vivono una vita fatta di schemi, schemi che tendono al rosso più che al giallo, da qui l’intervento grafico. Il rosso che è passione, potere e allo stesso tempo denuncia della società…

Tu credi nell’umanità e nel suo potenziale?
Certo. Per Questo motivo i miei progetti sono sempre di scambio costante con il pubblico.

Non mi trovo dunque di fronte al classico artista che vuole rompere gli schemi. Tu ami questa società e ci vivi pienamente.
Sì perché non subisco più passivamente. Sono fatalista e qualsiasi cosa mi accada la vivo in modo positivo. La vita è sempre bilanciata e la lacerazione porta sempre ad una nuova evoluzione.

RED PAGES è un trittico legato anche ad un progetto letterario che coinvolge tuo fratello Gualtiero.
Mio fratello è l’autore del libro Coincidenze, un thriller edito da Il Filo. Nato indipendentemente da RED PAGES e inconsapevolmente da questo. Però ci siamo trovati a lavorare assieme e abbiamo realizzato un book trailer: una sequenza girata sulla superficie di Horizontal. (http://www.gualtieroserafini.com/book_trailer.php).

I tuoi progetti sono coinvolgenti, come ad esempio G-BLOCK, in cui dimostri di avere bisogno dell’altro per completare la tua opera.
G-BLOCK nasce dall’esigenza di un pubblico. Nel momento in cui creo un’opera, quest’opera ha lo scopo di arrivare ad un pubblico di massa, ma anche di critica. Io mi sono voluto mettere in discussione e “dividermi” in migliaia di pezzi.

Dai anche alla redazione del MArteMagazine un pezzo di G-BLOCK?
Scegli tu, prendine tre...

Ma c’è un limite?
No. È solo l’esigenza di dare la possibilità di coinvolgere più persone.

Sei stato coinvolto come ospite d’onore alla serata finale del MArteLive, lo scorso 17 giugno 2008: che legame trovi tra la tua arte ed il MArteLive?
Il MArteLive è sinergico, per questo mi inserisco perfettamente. C’è tutta l’arte e nessuno schema, luogo ideale per il G-BLOCK e per tutta l’arte emergente e soprattutto indipendente.

I tuoi prossimi eventi?
Sto pensando di lavorare su un G-BLOCK legato all’ecologia ma per ora è troppo presto per parlarne. Seguitemi sul sito www.germanoserafini.com.

Promesso!

Letto 7556 volte Ultima modifica il Lunedì, 13 Aprile 2009 15:42

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