Mercoledì, 09 Febbraio 2011 13:33

Sguardi s-Velati II

Scritto da Angelo Passero, Elsa Piccione, Francesca Paolini, Manuela Tiberi
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[TEATRO]

Copertina_sguardisvelatiROMA- Continua a Roma la rassegna Sguardi s-Velati ospite del Teatro Due Roma, a cura di Ambra Postiglione e Annalisa Siciliano. La rassegna ospita una lunga carrellata di proposte – ciascuna in scena per tre giorni – che offrono al pubblico un punto di vista al femminile per esplorare storie e sentimenti assolutamente universali. Non già, quindi, un teatro di donne o per donne ma un teatro che, attraverso le donne, sappia raccogliere e raccontare frammenti di problematiche comuni e condivise.



Accadde a Farfa

Accadde_a_FarfaDurante una guerra tra Saraceni e Cristiani, due donne all’apparenza molto diverse si incontrano casualmente: è così che Lena, una girovaga, racconta storie e dai mille detti, conosce una donna incinta  disperatamente alla ricerca di suo marito. Il primo impatto fra le due non è dei migliori, ma il carretto di Lena, unico mezzo di trasporto disponibile, unirà loro malgrado le due donne, costringendole a scoprirsi piano piano in un duro racconto di dolori celati e profonde verità. Sullo sfondo di questa storia, una guerra che ha sconvolto le vite delle protagoniste e che sembra frenare anche la nascita del bimbo che sembra quasi voler a tutti costi procrastinare la sua entrata in un mondo devastato dall’odio e la violenza. Fino a quando…

Questa è la trama di Accadde a Farfa, spettacolo andato in scena al Teatro Due di Roma dal 25 al 27 gennaio, diretto e interpretato da una versatile Elisabetta de Palo (la ricorderete forse nella soap opera Vivere e in altre fiction) che riesce brillantemente a portare in scena un personaggio non facile, ricco di sfaccettature e combattuto fra la necessità di tacere e il bisogno catartico di comunicare il suo disagio.
Gli scontri fra le due donne, in particolare, palesano allo spettatore l’assurdità della guerra, attraverso un’attenta e spietata narrazione delle miserie umane e dei rapporti “spezzati” e fragili che un evento di tale portata causa.
E poi c’è il Coro Zenzerei che come nella più antica tradizione teatrale sottolinea gli eventi scatenanti conferendo drammaticità alla scena. Se nel complesso lo spettacolo è godibilissimo, con momenti toccanti, non si possono però tacere anche alcune “lungaggini” che potevano essere evitate, o almeno asciugate di qualche battuta di troppo (o fors’anche di qualche inserto cantato…).

Angelo Passero



Progetto O-felia

001Due donne: una intenta a guardare la tv e l’altra avvolta in un abito bianco velato, forse una sposa, seduta e intenta a pensare, tormentata. Ecco il prologo di Progetto O-felia messo in scena dalla Compagnia Teatrale Imprevisti e Probabilità, con testi tratti da William Shakespeare e Soledad Agresti per la regia di Raffaele Furno. Spettacolo teatrale che fa parte della rassegna Sguardi S-velati (fino al 27 febbraio 2011) a cura di Ambra Postiglione e Annalisa Siciliano, al Teatro Due di Roma.
Il testo dell’Amleto di Shakespeare viene ibridato di visioni letterarie, quelle della scrittrice Soledad Agresti, per diventare un grido femminile, un’invettiva all’amore non dato, ferito, sofferto. È Ofelia a parlare perché ha concesso il suo cuore a chi non l’ha amata. Si è fidata di un uomo sbagliato, sbagliando. Protesa ad accogliere, ingenua, i corteggiamenti “beffardi” del principe Amleto. La speranza di un bacio è solo intrappolata in uno schermo televisivo che sentenzia la finzione dell’amore. E quel velo bianco indossato dalla donna racconta una promessa non mantenuta, una mano chiesta, una sposa pronta e tristemente seduta sul trono del disinganno. Regina solo del suo dolore. Livida, avvizzita, arida.

E due clown di certo non possono volgere in commedia una tragedia. Sebbene i due, prima con piccole apparizioni silenziose e poi con un dialogo sul destino di morte di ogni essere umano, tentino di distogliere lo spettatore dal dramma che si consuma. Sono due clown becchini di ispirazione shakespeariana, voce di una saggezza popolare che si interroga sulle pene d’amore della giovane donna. Scavano tra la sabbia la tomba dell’amore prima ancora che del corpo di Ofelia.
Un’opera Progetto O-felia che scandaglia con occhi di donna l’amore, sul filo di un’ironia grottesca.002 Lo scompone e lo offre al pubblico nel punto più alto della disillusione. Ofelia appare sgualcita, coi piedi nella fossa, morente. Sebbene a portarla via sia stata l’imprudenza di arrampicarsi su un ramo di un albero a cogliere fiori.
E nel dramma della morte dell’amore, della morte di una donna simbolo dell’innamoramento che annega tra steli e fiori nelle acque fangose (fine che conosciamo da Shakespeare ma non vediamo), a chi vede o vedrà Progetto O-felia non resta altro che la speranza che si tratti di un caso isolato. Perché tolto l’amore resterebbe solo il ghigno disegnato sulle facce dei due clown: presagio della tragedia. E di questi tempi l’immagine femminile è già troppo usa e getta per non offrire la speranza che possa essere amata davvero!

Elsa Piccione



Scalaccì corpobbì

Senza-titolo-1In una Roma lontana anni luce dal centro storico, Rossella, una ragazza a 20 giorni dal “grande passo”, incontra Lucrezia, figlia di seconde nozze del padre, nella sua nuova e  variopinta casa. Il matrimonio si avvicina e la ragazza, come nella migliore tradizione, inizia ad avere i primi dubbi amletici: è l’uomo giusto per lei? O ancora meglio, l’ansia di concepire un bambino basta a sposare un uomo con qualche pregio  e tanti difetti? E se non c’è poi tutta questa fretta di mettere al mondo un figlio, è lecito convolare a nozze con tanti dubbi e perplessità? Questo il focus di “Scalaccì corpobbì”,commedia in atto unico, dove le due donne in poco più di un’ora riescono, divertendo, ad esplorare le mille insicurezze e i tic di una vita in rosa…alle prese con il “sesso forte”. 
L’insicurezza della futura sposa, Manuela Bisanti, un personaggio a dir poco disneyano, crea un mix esplosivo con Elena Mazza, divertentissima nella sua carrellata di battute riuscitissime. Una su tutte? Mettere il karma davanti ai buoi!

La forza dello spettacolo è proprio nella scrittura, dinamica, briosa, e sempre sopra le righe e nella costruzione dei personaggi che risultano azzeccatissimi rispetto agli stereotipi che vogliono minare: l’insicurezza fatta donna, nel caso di Rossella, incapace anche di ammettere  di essere nella condizione di scegliere e non subire le decisioni altrui; la “coattanza ripulita” di Lucrezia, attualissima nel suo essere bio, un po’ zen e etnico quanto basta per essere considerata un’opinion leader.
La commedia, diretta da Paola Tiziana Cruciani ed interpretata da Manuela Bisanti ed Elena Mazza, è andata in scena dal 4 al 6 febbraio, al Teatro Due Roma.
Tra scelte draconiane, malintesi e risate, lo spettacolo prende vita in un'ora e dieci, con un crescendo verso un finale che comunque fa riflettere, portando in scena anche il dramma delle donne moderne, scisse tra il desiderio di sicurezza affettiva e quello di vivere pienamente la loro esistenza.

Angelo Passero



BUIO. Me, maybe

buio2Il nono appuntamento della rassegna Sguardi s-Velati ci porta al buio. È in assenza di luce, infatti, che le due protagoniste dello spettacolo BUIO. me, maybe possono raccontarsi senza paure e inibizioni. L’elemento luce è in primo piano fin dall’inizio, quando un’insistente intermittenza spezzetta il quadro scenico in tanti fotogrammi. Sul fondo si stagliano due figure di donna, una “rossa” vestita di nero lecca con sfida un cono gelato, l’altra, alta e magra, in veste bianca tiene un coniglio di peluche in mano. All’improvviso è  buio e il  suono dei tacchi che scendono fino alle poltrone del pubblico è l’unico elemento per individuare le figure appena conosciute, che, in una sorta di prologo tutto metateatrale, annunciano l’inizio e la durata dello spettacolo. Continuando il gioco di svelamento della finzione, le protagoniste vestono letteralmente i panni dei due personaggi sul palco, mostrando le caratteristiche fisiche che in parte determineranno i loro argomenti: Marta (Romina Bufano) con le sue forme rotonde e Valeria (Chiara Papanicolau) slanciata dalle gambe infinite. La scenografia è quotidianità incellophanata: un cesto di biancheria, una rete matrimoniale, una porta, calcinacci e pennelli. Disordine di vite da sistemare.
Le due amiche di infanzia si ritrovano dopo essersi perse per anni e si raccontano cercando di recuperare il passato. Affiorano tematiche care al cosiddetto racconto femminile: la madre, l’infanzia, i sogni irrealizzati, i figli e i mariti. L’imbarazzo iniziale dà vita ad un incipit di argomenti banali - il lavoro e i figli- per dirigersi verso l’intimo forse mai confessato prima.
Marta è una casalinga ordinata che un tempo coltivava la passione del canto, abbandonata per volere del marito. È arrivata vergine al matrimonio e avrebbe voluto essere magra come Valeria.
Valeria amava sua madre disperatamente, ma era ripagata con indifferenza. La donna era un colonnello che pretendeva l’ubbidienza di una figlia-soldato: mai abbracci o carezze. Aleggia un ricordo inconfessato di anoressia in risposta ad una figura materna anoressica nei sentimenti. Anche per lei il sesso è noioso, un gioco in cui solo uno  -il marito, l’uomo, il maschio- sembra trovare buio1soddisfazione, almeno fisica.

La luce si spegne nei momenti più intimi per coprire di un buio rassicurante il racconto.
Quando torna ad illuminarsi fiocamente la scena, le due giocano e litigano tornando bambine, e arrivano a contendersi il simbolo di quella sessualità così repressa, un fallo di gomma: il luogo dell’incontro è un albergo ad ore scelto da Marta che lo conosce bene, ma l’inconfessabile resta tale stavolta e, anche in questo caso, le deduzioni restano sospese.
La scena finale è densa ancora di simbolismi, con le protagoniste che parlano attraverso un burattino – il diavolo - e un pupazzo: parole in libertà che esprimono a cascata la vita, la morte e il tempo.
Felice è stata la scelta della regista Marianna di Mauro di servirsi della luce, o meglio del buio, per simboleggiare ossimoricamente l’emersione del sé più profondo dall’oscurità, aggiungendo un elemento di originalità ad una tematica, quella delle confessioni tra donne, che è spesso, purtroppo, in odore di banalità.

Francesca Paolini


Una sera a casa di Barbie: Casa di Bambole, ovvero Bambole di Casa


BarbieM8Continua la rassegna “Sguardi s-Velati” al Teatro Due Roma portando in scena spettacoli di giovani autrici e attrici sempre di alto livello.
E’ il caso sicuramente di Casa di bambole, ovvero Bambole di casa di Alessandro Trigona e Antonella Dell’Ariccia.
Barbie e la sua migliore amica Midge escono dalle scatole con cui sono vendute ed entrano nel loro mondo fatto di giochi a tinte rosa. Sempre elegante e con mille interessi (hostess, cavallerizza, rockstar, infermiera, etc) la bambola più famosa e venduta al mondo, si racconta percorrendo i suoi successi e i suoi cambiamenti, rimanendo però sempre nella hit dei giochi più venduti al mondo. Nella sua vita agiata (possiede se non sbaglio molte case anche con l’ascensore interno, diverse piscine, macchine e animali per non parlare di vestiti e scarpe) si ritrova però a dover trascorrere tutto il suo tempo con amiche invidiose per i suoi successi e un fantomatico fidanzato (il bello e aitante Ken) che tuttavia le preferisce Big Gym.
Il testo, per nulla scontato, si arricchisce di spot pubblicitari e citazioni, andando a ritroso nella vita di Barbie per scoprire i suoi cambiamenti e adattamenti al commercio e alla società che si evolve in generale.

Barbie e Midge sono chiuse nei ruoli e nei vestiti che la bambina Nora gli fa indossare, stanche di dover sempre sorridere e andare d’accordo, ma entrambe hanno un codice a barre dietro al collo che fa di loro merce da utilizzare a piacimento.
Le due attrici, Antonella Dell’Ariccia e Arianna Gaudio, bravissime nelle loro interpretazioni, coinvolgono il pubblico trascinandolo in risate genuine e amare in un amarcord di giovinezza. Eppure in solo attimo sono capaci di stravolgere miti e certezza, trasportando la scena in un’altra ambientazione dove Barbie in realtà è una donna omicida convinta di essere una bambola e Midge la sua psicologa. Ma, niente è come sembra e nel mondo dei giochi si può essere sia il cattivo che il buono.
Lo spettacolo a mio parere dura troppo poco e meriterebbe di essere ampliato in diverse parti, coinvolgendo magari altri personaggi come lo stesso Ken o la giovane Skipper. La storia è molto interessante, i dialoghi mai scontati, le attrici meravigliose nei loro vestiti e accessori a tinte colorate, lo spettatore rimarrebbe insieme a loro per molto altro tempo, riscoprendo il gioco e dando un’anima e pensiero alle bambole con cui è cresciuto.

Manuela Tiberi

Letto 13212 volte Ultima modifica il Mercoledì, 16 Febbraio 2011 11:53

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