Martedì, 30 Novembre 2010 12:54

Scritto apposta per me

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[TEATRO]

giadaROMA- Il sistema italiano non premia la meritocrazia. Ma questa non è una novità. A tutti livelli, in ogni mestiere, proprio quando l’attività che si svolge ci dovrebbe permettere di offrire e di mettere a disposizione degli altri quello che sappiamo fare meglio e con più cura, ci ritroviamo a combattere un sistema in cui le “conoscenze” e le “spinte” contano di più.

Scritto apposta per me, testo di Aldo Nicolaj (1920-2004), drammaturgo particolarmente versatile e fecondo che esordì con opere di impegno sociale osteggiate dalla censura, con la regia di Massimo Di Michele e con una bravissima Giada Prandi nelle vesti della protagonista del monologo, è andato in scena fino allo scorso 28 novembre presso la Sala Studio del Teatro Vascello di Roma, in un progetto completamente auto- prodotto dall’associazione culturale Aut- Out.
Un testo illuminato e sempre molto attuale sebbene i suoi trent’anni, che passa senza soluzione di continuità dal simbolismo al neorealismo, fino al surrealismo. Uno spettacolo che racconta lo spettacolo, dove tanti giovani attori sono costretti a scendere a patti e compromessi, nell’attesa della parte perfetta, un po’ come un vestito che miracolosamente cade giù come se fosse stato cucito addosso.
Questa è la storia della protagonista del monologo di Nicolaj, un’attrice che scorre il suo tempo in attesa della “chiamata”. L’ansia per il provino, le nevrosi comuni di donna e professionista che si vede inglobata in una rete di rapporti falsi e inutili e allo stesso tempo le sue fragilità che, nel corso della narrazione, prendono forma e si trasformano con lo sgretolarsi del mondo circostante e personale. Scritto apposta per me è un esilarante quanto sarcastico e doloroso ritratto contemporaneo. Tra casualità, fatalità, imprevisti, insicurezze, gioie, cadute e gelosie Giulia Sottana Corta (la bravissima ed eclettica Giada Prandi) racconta su un palco scarno eppure così denso di giada_4particolari emotivi, l’inseguimento del tanto agognato successo artistico che progressivamente la condurrà alla perdita del controllo sulla sua vita. Di nevrosi in nevrosi, affrontando vere e proprie crisi di panico, ma anche scatti di nervi, rabbie improvvise e temibili illusioni, dove il riso non è una catarsi, ma un impulsivo riflesso di liberazione, il pubblico ha la possibilità di indagare con occhio diverso il mondo patinato del teatro, del cinema e dello spettacolo, un mondo così difficile da conquistare, e per cui molti farebbero di tutto per poterci entrare.
Accompagnata da un gatto di pezza enorme (la ricerca di sicurezza giovanile), da tre valigie (la precarietà del lavoro), da un numero imprecisato di cellulari (il tentativo di comunicare col mondo esterno) e da vestiti che con il loro rosso intenso, scuro, ricordano macchie di sangue che si spargono per il pavimento, proprio come se il lavoro che si ama fosse sangue da gettare in attesa della grande occasione, la Prandi si rivolge al pubblico in una magistrale interpretazione, fatta di messaggi diretti e subliminali, dove la mimica facciale e non si rende parte propria del testo in un’urgenza comunicativa che non ha nulla del lasciato al caso. Mentre il disegno luci di Giuseppe Di Giovanni riempie la scenografia volutamente scarna di Cristina Gardumi, in cui ogni oggetto riveste un significato profondo. Una piccola perla del teatro italiano che ci apre gli occhi su verità che spesso conosciamo e volutamente ignoriamo. Un miraggio, in cui una giovane attrice che personifica una giovane attrice in cerca di notorietà, cerca di veicolare il suo pensiero ed i suoi ragionamenti sul mestiere dell’attore. Un cane che si morde la coda, sì, ma in modo decisamente delizioso.

Edyth Cristofaro

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