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Martedì, 09 Novembre 2010 14:07

L’invasione della Wunderkammer

Scritto da Marco Settembre
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il7Alle 18:00 del 23 Ottobre scorso, un’invasione “di rimbalzo” ha decretato il prevedibile successo della mostra dell’artista Invader ROMA 2010 AND OTHER CURIOSITIES presso la Galleria Wunderkammern, in via Gabrio Serbelloni 124.

Parliamo del numeroso pubblico accorso all’inaugurazione e che si è disposto in una considerevolmente lunga fila per poter ammirare le opere, le installazioni e le documentazioni dell’attività instancabile di questo giovane e misterioso globetrotter della Street Art che ha indubitabilmente elaborato un linguaggio estremamente personale, all’interno del maxi-filone di riferimento. I visitatori hanno allegramente saturato gli spazi della galleria, portando il loro motivato entusiasmo fin nelle cripte del piano inferiore, che malgrado siano “naturalmente” underground e, nel contesto della galleria, ammantate di una certa sacralità, non si sono potute sottrarre agli sguardi indiscreti di un target che rispondeva con vivacità alle sollecitazioni techno-ludiche di Invader, tinte di cromatismo flat.
Tale afflusso quantitativamente lusinghiero si può leggere, suggerivamo, come risposta della popolazione cittadina all’invasione compiuta dall’artista nei confronti degli spazi dell’Urbe; in effetti la Capitale italiana poteva attendersi da tempo di ricevere le attenzioni dell’artista, dati i suoi natali parigini, e quindi la prossimità spaziale col Bel Paese, ed invece le strategie di occupazione pacifica degli spazi metropolitani da parte di Invader hanno coinvolto prima Londra, New York, Los Angeles, Marsiglia, Mombasa, Hong Kong e Katmandu, in ordine sparso. Alla fine del Luglio scorso, però, è scattata l’ora X anche per la Città Eterna: Invader ha iniziato a disseminare su mura o altri arredi urbani permanenti, in verticale, mosaici in tessere monocrome rappresentanti i frames in bassa risoluzione dell’indimenticabile videogioco della Arcade, “Space Invaders”. D’altro canto, tenendo conto delle logiche del mercato dell’arte e dell’appeal dei lavori di Invader, non può sorprendere che le sue espressioni artistiche trovino una massa di potenziali collezionisti nei giovani che ricordano con nostalgia i primi “smanettamenti” informatici degli anni ’80. E pare che qualcuno si sia spinto al punto di trafugare alcuni di questi mosaici di extraterrestri virtuali da un paio di siti (reali) in cui erano stati “affissi”.

In questa prima esposizione dell’artista, sempre rigorosamente anonimo, in Italia, sono stati Flyerpresentati, su un paio di pareti, una collezione di scatti fotografici che mostravano angoli caratteristici, rustici, insomma “pittore-schi” di Roma, segnati dalla presenza di uno dei famigerati e coloratissimi alias, ed il pubblico era impegna-tissimo a riconoscere i luoghi e ad immaginare possibili retroscena, spostandosi a destra e a sinistra un po’ co-me i cannoncini mobili del celeberrimo videogioco. Fu quest’ultimo, ricordiamolo, a mettere in atto la prima onda-ta di queste invasioni, ottenendo un successo planetario tale da far fumare le prime consolle Atari o da riempire le sale giochi di addicted, e tale da costringere il governo giapponese a quadruplicare l’emissione di monete da 100 yen per fronteggiare la carenza dovuta alla febbre da gioco. Invader invece è passato dalla simulazione su schermo della presa di possesso del territorio terrestre, ad una sua realizzazione sul piano reale di intere città, giocata su una collocazione fisica dei simboli alieni anche sul muretto sotto casa; infatti ha fatto stampare, tra l’altro, diversi esemplari di un adesivo graficamente concepito su analogia di quelli che spesso vengono applicati sui cassonetti “nostrani”, e che recitano: “Sgombero cantine” o “Autospurgo”, seguiti dal numero telefonico della ditta. In questo caso, invece, è un artista di rilievo internazionale a dichiararsi disponibile al “pronto intervento” portando l’angolo vicino al cancello del garage fuori dal suo provincialismo, verso uno spirito di “cittadinanza extragalattica” o verso la duplicazione metadimensionale che richiami l’attenzione sugli impulsi elektro-techno del digitale.

E se le città contaminate ormai sono 35, distribuite sui cinque continenti, come attesta la mappa costantemente aggiornata, sul sito dell’artista, non può sfuggire che in uno dei centri della classicità, come Roma, la tecnica del mosaico, con cui la simulazione del digitale (a sua volta simulazione del reale) è condotta, richiama inevitabilmente le decorazioni di età romana, e vale più che mai come recupero del senso antico della manualità spinta che, secondo quanto si legge nella magistrale nota critica del catalogo, a cura di Achille Bonito Oliva, per molto tempo è stata espunta dalle strategie estetiche in favore della concettualizzazione, più o meno “forte”. Invader infatti, un po’ come fece Picasso recuperando l’arte primitiva, immette una simbologia ipercon-temporanea – ovvero l’allusione al digitale come strato pellicolare che clona la realtà, la riproduce – all’interno della dimensione pur tuttavia ancora opaca, “materialona” e immanente della tridimensionalità delle attuali metropoli. In ciò Invader si riaggancia a quell’impulso dell’arte moderna ad esplodere, ad occupare o negare le cornici, infine uscirne, per poi dominare lo spazio immediatamente esterno, ed oltre: confondersi con le stesse forze di sviluppo sociale: i materiali industriali e i mass-media.
Ora che non esistono più neo-avanguardie, ma solo linee di tendenza, l’invasione dello spazio dev’essere light e a sfondo ludico, scevra possibilmente dall’enfasi caratteristica delle “Grandi Narrazioni”, ma passibile di interpretazioni plurime, in modo da sollecitare il “pensiero laterale”, e solo eventualmente critico, di quel pubblico che, già secondo Eco, va invitato a prendersi le sue responsabilità nell’elaborazione dei significati.
Oggi l’utopia avanguardistica è affidata appunto al digitale, almeno fintanto non si vuol riconoscere che anche questa dimensione è avviata a farsi strumento dell’omnipervasivo mercato globalizzato; è forse in questa chiave che l’illustre critico Oliva accenna ad una contrapposizione “invasione vs invadenza”. Di certo Invader, quarantenne artista di strada anonimo, se da una parte glorifica la fase aurorale del trionfo commerciale dei videogiochi, dall’altra col suo comportamento sembra resistere all’omologazione e anzi definire la sua identità attraverso l’adozione di tattiche di guerriglia urbana (la mappatura delle città-bersaglio è ottenuta con l’uso di Google Maps). Questo accennato antagonismo è probabilmente il senso del secondo dualismo citato da Oliva, quello tra “resistenza ed effimero”; Invader però, furbescamente, rinuncia ad una “patetica trincea”, ma si dedica alla costruzione di città parallele e “platoniche”, “adatte alla contemplazione di un Uomo abituato a navigare e sconfinare nel virtuale”.

L’artista ha presentato in mostra anche i suoi strumenti di lavoro: scarpe con suole di gomma dalla forma personalizzata, pertica con cui issa le sue creazioni in alto sui muri, esemplari che non sono stati appesi ma riservati per l’esposizione; ma si sono potute ammirare anche diverse sue opere realizzate utilizzando un altro oggetto ben sedimentato nella memoria e cultura collettiva, e giovanile in particolare: il cubo di Rubik, protagonista anch’esso degli anni ’80. Un nuovo, parallelo progetto di Invader si chiama infatti RubickCubist: la tridimensionalità dei cubi e i 43 bilioni di combinazioni possibili con i suoi componenti vengono sfruttati non solo per ottenere versioni tridimensionali degli alieni invasori disegnati da Tomohiro Nishikado, ma anche per realizzare interpretazioni di opere del passato o icone pop, conferendogli oltre all’aspetto “pixelato” caratteristico delle immagini in bassa definizione, anche un cromatismo ultrapop, essendo limitate dalla cromìa primaria dei cubetti modulari. E’ così che prendono forma e spessore la rivisitazione di un ritratto di donna di Modigliani, “Rubik Modigliani”, della “Medusa” del Caravaggio (senza contare la “Monna Lisa”, la “Campbell’s Soup”, il ritratto di Al Capone, e Alexander DeLarge di “A Clockwork Orange”, tutti non in mostra) e “Rubik Bender”, omaggio ad un personaggio del cartoon “Futurama”.
A questo proposito, non si può non menzionare il filmato proiettato nelle anguste stanze del piano inferiore della Galleria, un cartoon proprio della serie firmata da Matt Groening, e dedicato nella fattispecie proprio a Invader, raffigurato come un robot all’opera nel realizzare ovunque graffiti a mosaico in una N.Y.C. del futuro, di cui un TG dà notizia (“Si cerca di scoprire chi c’è dietro questa piaga dell’arte pubblica”), robot che, per la freneticità con cui crea all’istante i suoi mosaici adesivi, finisce con l’applicarne uno sul fondoschiena di un poliziotto, intento a parlare con un collega. I due sbirri si voltano e decidono di  leggere all’”invasore” i suoi diritti… a suon di manganellate; ma poi il secondo “cop” dice al primo: “Sai, non ti sta affatto male, sulle chiappe!” E l’altro non può non riconoscerlo: “Sì, dà un certo tocco di classe, in effetti!..” Il filmato, in lingua americana, però,  con sottotitoli in francese, è visibile sul sito dell’artista, in particolare all’indirizzo:
http://www.moq.org/italia/initaliaa.html.

Sempre nei locali sotterranei, erano presenti due alieni stilizzati realizzati con tubi al neon rosso e blu e verde, raccogliendo e rilanciando una tecnica pop legata al nome di Dan Flavin, che già dagli anni ‘60 riuniva, in una sola unità segnica, materiale, luce, colore e spazio, in forme tuttavia statiche, che non avevano la qualità del movimento tipica della Kinetic Art. Anche Invader con queste installazioni simboliche formalmente abbatte lo spazio angusto e percettivamente ricrea l’attrattiva pulsante del videogioco, stimolando peraltro, con queste epifanie lucenti, anche eventuali letture minimal-fantascientifiche. In chiave di merchandising di alto livello, va ricordato anche il nutrito repertorio di piantine geografiche delle città colpite dall’invasione; tali carte geografiche riportano nel dettaglio tutti i luoghi in cui il turista o il residente possono andare a caccia di questi segni come fossero la versione in forma di microglifi dei famosi cerchi nel grano. Ancora più corposi e autoconsistenti, sono i cataloghi; in mostra erano presenti quello su Roma, e quelli su Londra e Parigi, almeno, ricchi di ottime foto e preziose informazioni.
Ma, come nel videogame originale, ogni città ha uno score e il punteggio viene assegnato a seconda del numero e della grandezza degli Space Invader posizionati, ma inoltrandomi negli spazi della galleria, non nascondo di aver avuto il dubbio che il punteggio fosse stabilito anche dalla somma di teste rintronate: il primo prototipo di SPEED BALLS, una macchina che lancia palle di gomma rimbalzanti ad una velocità maggiore di 200 km orari mi è apparso, sulla sinistra, solo dopo aver udito il suono del rimbalzo, all’altezza del mio cranio, di un paio di queste palline, che avevano urtato la parete di plexiglass che delimita la macchina. Per un attimo però, prima di realizzare i contorni della “situazione”, avevo temuto che gli invasori amassero il tiro a segno. Invece anche questa “curiosità”, che ha catalizzato l’attenzione di un paio di bambini, era assolutamente pacifica, ma induceva a riflettere non troppo seriamente sull’aspetto fisico del moto senza fine che sui piani inclinati dell’Universo e del pensiero porta le idee ed i simboli ad esplodere come eventi-proiettili per poi tornare indietro, rimbalzando sotto forma di conseguenze, o segni dell’oggetto, nella semiosi infinita del reale.
Ecco dunque che con la sua prassi da operatore ubiquo dall’identità forte ma invisibile, Invader si pone come un maestro dei rimbalzi controllati tra le icone dell’immaginario, mentre Franco Ottavianelli, che insieme alla sua equipe di esperti, ha offerto ospitalità a questo “animale simbolico” di razza, dimostra ancora una volta che da una cella-frigo per lo stivaggio della frutta si può ricavare, con spirito equidistante tra straordinarietà delle opere e realtà della periferia, una incubatrice di segni e mirabilia da cui ad ogni mostra si dipartono, come rimbalzi intellettuali, rimandi infiniti, pronti ad invadere Roma.        

Il_7 – Marco Settembre
Foto di Marco Settembre

Letto 11907 volte Ultima modifica il Giovedì, 11 Novembre 2010 10:43

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