Martedì, 07 Settembre 2010 12:38

Il bracalone, i vibrafoni, le palme, i paracarri

Scritto da Marco Settembre
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il7Anche considerando la passione e l’integrità morale che riversa in un lavoro che lo mette a contatto con alieni, forze oscure e complotti governativi, non desta stupore che Fox Mulder venga soprannominato Spooky (spettrale), ma che Giulio Allegretti condivida con lui quasi lo stesso nick (Spookyman) non può che essere indizio che...

...la P3, l’Anonima Vampiri e i Servizi Segreti della Padania stanno anche nella Penisola congiurando per ottenere una musica che mentre seduce le masse, le convinca che l’unica strada per mantenersi vigili sia trasformarsi in polpi blu volanti. E’ contro queste entità che Spookyman lotta, ammonendoci a non farci limitare da stereotipi, ma di andare ai concerti a caccia della verità, respingendo le soluzioni immaginarie prospettate da per-sone non “pronte” che usano droghe Spookymanpsichedeliche solo per diventare come Emilio Fede. La au-tentica verità  la conosciamo tutti, continua Spookyman, e si trova sparsa in frammenti, diciamo noi, dentro la sua produzione, a partire da “Distress”, angoscia, ma anche indigenza, un brano con ritmo percussivo galoppante come un ronzino del west, su cui la voce bassissima, ultra-depressa del nostro anti-eroe, leader di una one man band molto affiatata, dispensa scorag-giamenti diretti verso se stesso soprattutto (vive “nella malattia”, ed il morbo gli “striscia dentro le ossa”) ma che non faticano a contagiare chi si è sempre ritenuto un sopportato, a questo mondo. Tom Waits imbottito di calmanti avrebbe cantato il brano con tre ottave più in alto, ma non è il caso di rimpiangere niente e nessuno, tanto è uguale, la verità è questa e chi ha diffuso questa pandemìa lo sa benissimo! Con “Sunny smiley” l’artista dimostra come, sempre zoccolando su ritmi da piccolo trotto, ottenuti anche con un tamburello preso in un mercatino dell’Oklahoma, è possibile offrire ad un’audience esterrefatta l’impressione che lo sforzo di sorridere sia patetico qiuando a trent’anni le rughe ti solcano tutto il corpo, e il country blues minimale è così polveroso da stare al passo solo con la globalizzazione dei formicai, mentre il sole, appena nasce, già tra-monta, nel riflesso sulle iridi degli occhi infossati. L’armonica a bocca potrebbe spingere gli ubri-achi a cercarsi una donna, ma l’ampio ritornello non può far miracoli contro la pigrizia. “JBrkt TE-REMINBANJO” sembra presentare, con la voce filtrata da qualche tritacarne, e gli interventi d’ una trombetta, i discorsi profetici di uno di quei balordi al confine del New Mexico che credono di allevare, nel retro della drogheria, degli esemplari di mostriciattoli extraterrestri mentre invece so-no solo due maialotti deturpati dalla fiamma ossidrica; e l’accompagnamento al banjo suona me-tallico e storto, come sostegno sonoro allo sproloquio apocalittico, blasfemo e beota. “An old re-cord for the cotton fields” sembra energico, animato dalla carica di chi si butta tutto su un’unico obiettivo, e ce la mette tutta, per evitare che si capisca che è allo stremo e che vuole solo tornare a casa. L’abilità di Spookyman nel restare seduto mentre suona e interpreta vocalmente queste ballate da reietto bracalone senza cadere sul pavimento di assi di legno marcio con tutte le pen-tole, i campanelli, la chitarrina e le carabattole musicali è notevole, e mi spinge, con gli occhi gonfi di lacrime, a chiedermi se basterà questo cantore dalle vesti strappate e dalla musicalità contusa, con le dissonanze citrullistiche comprese nel prezzo del concime, a combattere contro le minacce subdole che assediano l’umanità preparandole un futuro di sottomissione. Spookyman nelle note sul suo myspace, sembra rispondere precisamente a questo quando dice: “mo so’ stanco e dormo... poi ve dirò mejo...” “When the moon likes the shadow”, “You listen with head-phones” e le altre tracce sono coraggiose ed equilibristiche impronte folk di un personaggio acu-smatico sbilenco, ancora impegnato a sopravvivere al tramonto dell’epopea western e alla mu-sica elettronica.

Silvia_CaracristiSilvia Caracristi è una ragazza divisa tra bosco e fiume, che trovandosi in una terra, il Trentino, che traspira odori e immagini di buona provincia, si sofferma su ciò che la circonda come se fos-se in una Twin Peaks nostrana e coglie motivi d’ispirazione in tutto ciò che possiede una musicalità intrinseca, e non solo perchè questo le dà soddisfazione ai concorsi per emergenti, ma perchè è ricettiva e ondeggia tra i sembianti d’una realtà che si sgretola in simboli sparsi di sen-sazioni poetiche. “Pezzi di cielo” è rarefatta sospensione, in cui i pezzi di cielo cadono senza riuscire stupire chi è ancora un po’ indifferente, quel partner ostinatamente ancora non così im-materiale da afferrare senza fatica i pensieri vaghi di chi invece galleggia con voce netta ma sottile tra linee melodiche create da pizzicati cristallini e tappeti di tastiere discrete che aprono verso gli spazi ampi sognati da chi pensa il cielo dentro i silenzi e ci crea dentro striature di frasi d’amore. “Penelope” è una voce che si sofferma sui dettagli degli aspetti della donna sognata come se fosse sognata da lontano, ed un arpeggio frammentato, che prima si intreccia con lo sgocciolii di possibili stille color acquamarina, poi è sopraffatto da un ritmo che cresce mascherando l’insistenza di una perfezione che con grazia presenta le sue richieste. “Pagine vuote” è un altro testo letterario-musicale che dispone immagini sparse sulla vocalità celeste e incorporea di un’incantatrice che dispiega il suo talento in cadenze discrete non prive di pieghe e di ammonimenti contro le trappole e le false profezie che riempiono talvolta gli spazi tra le righe pur di riempire quei vuoti salvifici di cui vocalizzi aerei o note uscite da vibrafoni di vetro sanno così bene cogliere il senso. “Canzone stupida” è composizione incantata creata per smettere di pen-sare e ipnotizzarsi per capire la distanza dagli altrove, smettere di recitare e di sbagliare, in un mondo che sfugge rumorosamente al di fuori delle isole di riflessione, in cui ci si specchia nelle canzoni limpide sperando di salvarsi. E si scrivono canzoni stupide “per sentirsi normale”, ma es-sendo i rimescolii dell’anima non stupidi ma inafferrabili, anche la normalità sfuggirà, potendo solo rimandare ai riflessi musicali di uno spirito lieve che esprime una auspicata chiaroveggenza ignorando il tempo e concentrandosi su un’idea atemporale di pace conchiusa tra suoni eterei. Uno stile che incapsula la psicologia in un evanescente gioco di riflessi sonori di virginale inten-sità.

Bloomy Roots sembra, più che un progetto, una comune di donne rasta che cercano di unire in unBloomy_Roots dolce sound tutti i cultori del roots, del reggae, del dub e dello ska, insistendo nel pacificarli tutti con impacchi tropicali al cocco e sonorità cotonate come i capelli d’un rasta in beatitudine. Quel senso di benessere che spinge a dondolarsi sull’amaca anche dentro ad un bus dell’Acotral in servizio è infatti l’obiettivo di questo gruppo tutto al femminile. No fascismo, no al sessismo, no all’omofobia, recita una loro locandina che promette di rendere anche il più sclerato broker di borsa un simpatico ciondolone ben disposto perfino verso chi cerca di rubargli la macchina, motivo per cui le musiciste hanno vinto il concorso Liberi Gruppi come simboli viventi di quella liberazione della donna che sta spingendo i maschi ad imparare a stirare come se fosse un na-turale gesto d’amore verso se stessi e le palme dei Caraibi. “Save the roots” ha lo slow incalzante che porta a sentirsi in consonanza con le sorelle ed i fratelli: la voce dispiega i suoi messaggi con un salutare relax nel cuore, insieme al rispetto, l’assolo è morbido e felpato, ed i vocalizzi, la tromba ed i cori sono l’ideale complemento di un atteggiamento olistico. “Truths and Rights” sembra più militante, perchè le questioni con calma vanno sollevate, se vogliamo difendere il reggae dall’heavy metal ed impedire che vengano messe al macero le banane tigrate perchè considerate troppo mature dai reazionari di ogni latitudine. “Jah vibe” è un rap in tempo reg-gae con una tromba ricorrente ed un assolo di chitarra che fa scoprire percussioni e bonghi perfino nei ritmi quotidiani che ci fanno venire il mal di testa. E’ questione di good vibes, di buone vibrazioni, che si avvertono subito, quando si ballano le Bloomy Roots su un pavimento coperto di perline colorate! “Breathing now” ha un inizio sorprendente, jazzato secondo schemi più urbani del solito, con un sottofondo di effetti elettronici, poi segue una sezione più severa nei toni del cantato serrato, mentre l’arrangiamento, sempre accurato, senza sbavature, si giova, insieme alle trombe, di sonorità più sofisticate, che conducono all’invasione di campo operata da un sax da locale lounge per freaks della Louisiana. “Me a cute ft. Sister Nancy” è una commedia in musica ambientata appena fuori da una capanna di giunchi e cassette della frutta, tra un pescatore di calamari sciupafemmine e la corpulenta figlia della vicina di casa, che pur di farsi mettere incinta, attacca discorso disprezzando i suoi sandali perchè sono troppo soul! “Ecco quello che succede a fondere sonorità “old style” con influenze più moderne, filtrate attraverso le soap operas haitiane!”, risponde lui.

DenoisingDenoising - Recording sembrano due fasi in cui si articola l’elaborazione d’una loro composi-zione: prima DE-notare chiaramente una propensione a DENY (negare) il NOISE, accumulando suoni che si avvicinino al disturbo rock anti-borghese senza però essere ingestibili, e poi, solo poi, registrare (recording) tutto, per ricordare “come eravamo” nel momento in cui concepivano quei brani che sono già mitici per molti e che hanno una gestazione così complessa. “Rock your mind” inizia con un abbozzo di post rock’n’roll, poi intraprende un’avventura nelle strofe gridate su un sostrato di rock jazzato con backing vocals anni ’50 ma con la cattiveria dei Guns ‘n Roses, tanto per dimostrare con dovizia di assoli anche di tastiera acid che il revival non è materia per amanti del liscio e della polka, ma va declinata in spasmi che siano in consonanza con lo sbatti-mento anche erotico di bellimbusti che oggi spingono per fare tutto quello che gli pare. “Hands” ha un’overture quieta che preannuncia una tempesta non solo ormonale; l’arrangiamento procura brividi maturi predisposti da musicisti strumentalmente pronti per il mercato estero, con quella svenevolezza nel falsetto e nei controcanti che strizza l’occhio e l’orecchio ai ragazzi del surf, mentre la chitarra nervosamente smanetta geometrizzazioni post-rock e la lead voice si trasforma in un giovane demone sofferente in jeans che sventola le sue disperazioni per non essere riuscito a sputare in faccia alla Morte sull’autostrada squagliata alla luce del sole, “In the daylight”, ad opera delle Harley Davidson degli amici rapinatori di autogrill, che fanno quello che fanno perchè spinti da un sacro furore filosofico degno di un Jim Morrison-Terminator. La polvere brilla sui paracarri piegati dagli urti, la chitarra rifinisce con finezza e poi si arroventa, mentre la tastiera fotografa con impressionismo cinematografico il pulviscolo oltre la vetrata della tavola calda, dove entrano in incubazione i sogni selvaggi di libertà fuorilegge, soldi facili e donnoni dagli zigomi alti, sensibili alla buona tecnica e alla scrittura sbrigliata di rockers che sceneggiano la vita giocandosi gli accademismi al tavolo verde del Casinò (anche senza accento).

Il_7 – Marco Settembre

Letto 7075 volte Ultima modifica il Martedì, 07 Settembre 2010 12:50

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