Mercoledì, 28 Luglio 2010 14:39

La Tempesta: tra sogno e realta'

Scritto da Francesco Salvatore Cagnazzo
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[TEATRALMENTE]

teatralmenteROMA- La nave affonda, tutto inizia così: mistero ed introspezione tra tuoni e raggi di luna, in un continuo alternarsi di luce ed ombra, passioni e rancori. Sul palco dell’elisabettiano Globe Theatre, nel cuore di Villa Borghese, tutto sembra irreale, magico, oscuro, in una dimensione in cui spazio e tempo non sono più terreni.

La tempesta del drammaturgo inglese dirompe nella tranquillità del verde parco romano, dove tenebre intimistiche riprendono vita dalle pagine ingiallite e magiche di un Prospero all’ultimo atto della sua vita colma di chiaroscuri.
The Tempest racconta la storia di un’isola e dei suoi abitanti tra suoni, melodie, strepiti ed atmosfere oniriche. Il mago Prospero, ex legittimo Duca di Milano, vi fu esiliato dodici anni prima assieme alla figlia Miranda. Causa dell’isolamento fu Antonio, fratello di lui che, con il supporto del re di Napoli, lo aveva deposto e fatto allontanare per appropriarsi del suo potere, del suo titolo, del suo prestigio. L’uomo governa energie e creature grazie alla prestigiosa e magica biblioteca di cui è unico padrone e governatore. Ai suoi servizi il bianco e candido spirito Ariel ed il deforme ed orripilante Calibrano. Un dì, Prospero prevede l’arrivo del fratello nei pressi dell’isola: scatena quindi una tempesta per attrarre a sé lui e la sua ciurma, ed ottenere finalmente la sua vendetta. A bordo della nave anche il re Alonso, il figlio Ferdinando, e gli ubriaconi Stefano e Trinculo. I personaggi vagano per le strade dell’isola, incessantemente, speranzosi e tementi, alla ricerca di rivincite e di perdoni, lottando e scappando dall’inferno dei propri timori che quel posto sa resuscitare.

Il testo, frutto di uno Shakespeare maturo, racconta l’amore e la follia, la bramosia e la vendetta. I La-tempestapersonaggi, spaccato di una realtà ambiziosa e opportunistica, si muovono nella vicenda guidati da un Prospero deus ex machina che muove i fili dei suoi burattini per conquistare la sua stessa libertà. Abile tessitore di trame e sottotrame, il Prospero gioca e intimorisce, occulta e rivela. Lui è il regista della piéce nella piéce: lui, pacato e misterioso, è il burattinaio di tutti. Anche di sé stesso. Non è strano che a vestirne i panni sia un attore completo e fascinoso come Giorgio Albertazzi che si dimostra austero e cupo, nobile ed imponente, desideroso di finire e finirsi. Lui, con il suo charme e savoir faire, è la punta di diamante di una rappresentazione teatrale perfettamente costruita e marchingegnata. E pone tutti ai suoi piedi: metaforicamente e non.
Risate di bambini, botole che si aprono, altalene bianche in movimento ipnotizzante, luci e lampi, nenie ignote e sinfonie magiche: tutto concorre a spaventare e a ipnotizzare gli spettatori incuriositi dalla nuova rivisitazione del testo che sa far rivivere emozioni e fobie, miraggi ed illusioni, fantasmi e rifrazioni. Tutto vive e muore su un palco che mette in scena il teatro di Prospero e che esplica ed esalta gli elementi naturali e misteriosi che vivono attorno e dentro i personaggi. Nessuna contrapposizione, il manicheo scompare agli occhi del testimone che sa cogliere ogni intima natura rappresentata e magistralmente inscenata. Costumi e scenografia, musica e coreografia, ricreano un’atmosfera tra sogno e realtà in cui ogni spettatore rivede parte di sé, parte del noi.

Unica nota dolente, la durata della rappresentazione: seppur presenti ottimi livelli, 3 ore rimangono troppe e la curva dell’attenzione crolla inesorabilmente al termine del primo atto, laddove alcuni spettatori, anche miei compagni di panca, hanno deciso di abbandonare lo spettacolo a causa del caldo soffocante e delle scomode seggiole. Una pièce non può terminare intorno all’una di notte: occorrerebbe scegliere un orario più consono per lo “start” o giungere a tagli e modifiche nelle scene. Che ciò non vi faccia desistere ad assistere a questa imponente “tempesta”: bisogna soltanto giungervi con gli occhietti riposati e muniti di ventaglio, acqua e viveri (fortunatamente il teatro dispone anche di un punto snack). E magari un cuscino per una seduta più comoda.
Lo spettacolo è autentica magia. L’abisso di Prospero prende forma e sostanza grazie alle eccellenti interpretazioni di tutti i personaggi e di chi ne cura movimenti ed aspetti. La regia di Daniele Salvo è minuziosa ed attenta: non tralascia alcun particolare ed ogni oggetto si carica di un nuovo significato e significante, in una serie di rimandi che creano un vortice che porta tutti in un abisso senza fine. L’abisso di Prospero, di Shakespeare e di tutti noi, che spesso ci dimentichiamo di esser “fatti della stessa sostanza dei sogni”.

Francesco Salvatore Cagnazzo

Letto 7857 volte Ultima modifica il Mercoledì, 28 Luglio 2010 14:43

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