Sabato, 07 Novembre 2009 10:37

Evoluzioni funk: Piotta e il post rap

Scritto da Edyth Cristofaro
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Tommaso Zanello, in arte Piotta, romano, è soprannominato così per i suoi occhiali tondi come le monete da cento lire, dette in romanesco “piotte”.
Ha iniziato il suo percorso artistico come Dj per alcune radio romane, per approdare poi a pieno titolo alla scena hip hop (rap).

_MG_0011Piotta ormai consolidato nel panorama musicale italiano, si distingue per aver raccolto numerosi successi di vendita e di critica, ma anche per essere molto attivo sul fronte live e per aver sperimentato anche diverse forme artistiche, come il cinema e la letteratura. Nel 2004, fonda La Grande Onda (www.lagrandeonda.com), etichetta indipendente, impegnata nella ricerca e nel lancio di nuove realtà hip-hop. Nel 2009 conta già venti pubblicazioni, con ottimi riscontri sia della stampa specializzata che di quella generalista e numerosi premi (PIVI, PVI, Premio MEI), mentre dal 2006 è Direttore Artistico della sezione hip hop del MEI.
Insomma un artista a tutto tondo che non smette di sperimentare, sentiamo perché…

L’hip hop mi sta stretto, il futuro è nel post rap” hai detto di recente, puoi raccontarci perché?
In primo luogo mi sono documentato, leggendo libri di molti artisti della scena hip hop. Il fatto è PostHipHop_Piottache ormai l’hip- hop non è più quello di una volta, è un fenomeno prettamente commerciale, in mano alle multinazionali, quindi lo spirito originario è un po’ andato perso nel tempo. Nel frattempo poi ci sono state anche commistioni con altri generi, e ormai le generazioni più giovani non hanno più quell’idiosincrasia, quel distacco con cui è nato tutto. Quindi, come dire, ognuno a suo modo ha seguito una certa evoluzione. Tra l’altro è uscito proprio un volume di un americano, M.K. Asante, che si chiama Post Hip Hop (in Italia uscita con la Arcana) che racconta proprio il punto di vista di chi viene dalla scena hip hop fino ad arrivare ad oggi.

Da “Supercafone” a “S(u)ono diverso”: come è cambiato Tommaso Zanello, alias Piotta, in questi anni?
Bè, tanto. Logicamente non è stato un cambiamento così repentino, perché c’è stata un’evoluzione costante disco dopo disco, e anche concerto dopo concerto, quindi chi ha seguito un po’ tutto il percorso comunque è colpito dal cambiamento, però lo trova minore di chi magari ha seguito solo i grandi successi come “Supercafone”, “Il Giaguaro” o “La grande Onda”. Il nuovo disco sottolinea una crescita musicale, personale e non ultimo il cambiamento che stiamo vivendo a livello sociale. Il disco fa un po’ un excursus con i brani sulle problematiche che stiamo vivendo come società in questo momento: il razzismo, l’ambiente, il rapporto con i media, la meritocrazia, la politica. In realtà dovrei fare 10 dischi per raccontarli tutti per quanti sono, io ho scelto quelli che ritenevo più rappresentativi. Per ora cominciamo da questi…

Che cosa è stata la tua musica e che cosa è ora? Puoi raccontarci il tuo percorso artistico, ovviamente dal tuo punto di vista?
Dal mio punto di vista, direi che il percorso artistico è stata una presa di coscienza giorno dopo giorno. Perché avere un microfono in mano e scrivere canzoni che possano arrivare ad un pubblico molto ampio è anche una responsabilità, e non da poco. Dario Fo ha parlato, proprio qualche giorno fa, dell’utilizzo sociale del lavoro artistico: “vendere” dei contenuti che possono far parlare, possono contribuire anche in misura infinitesimale a creare un’opinione, perciò anche gli artisti possono far parte di quella che è la vita collettiva sotto tanti punti di vista. Quantomeno possono raccontare quella che è la vita…

S(u)ono diverso è il titolo, secondo noi emblematico, del tuo ultimo progetto: come è nato e in che cosa ti senti diverso tu?
cover_Album_piottaA livello di sound è nato da questo tour americano, il Warped Tour, che nasce dalla scena punk hardcore, itinerante da costa a costa che ho fatto, da Los Angeles, San Francisco, Phoenix, Dallas, New Orleans, Atlanta, fino a Miami, dove ho vissuto e collaborato con tanti artisti che non conoscevo neanche. In questa esperienza sono cresciuto tanto e mentre stavo scrivendo i testi di cui abbiamo parlato prima, mi sembrava che questo suono più aggressivo fosse più adatto. Così ti ho spiegato il “Suono” diverso…
“Sono”, perché per la prima volta, anche se c’erano stati episodi precedenti nei miei ultimi dischi, ho avuto un approccio alla consapevolezza, allo spirito aperto, originario, perché comunque la parola nel rap ha il suo peso, con tutto il suo spessore anche se a volte è spigolosa, senza nascondere le cose, anzi giocando a carte scoperte.
Essere artista è anche mantenere, con altri aspetti sonori, il proprio “essere” interiore: dalla scrittura all’arrangiamento dei pezzi. Ogni senso poi ha la sua parola “giusta”, anche quando ha arrangiamenti diversi. In ogni caso occorre sempre studiare e capire il più possibile.

E così mi hai risposto anche alla prossima domanda che avevo in mente e cioè che cosa significa per te essere “artista”…
A proposito, in questo tuo ultimo lavoro hai collaborato con diversi artisti, amici e colleghi, come è stato lavorare con loro? Che tipo di contaminazioni nascono quando si lavora insieme?
Le collaborazioni, nel mio caso, nascono quasi sempre da un rapporto di amicizia, nel senso che la musica è una componente fondamentale, importante, ma non deve essere l’unica. Tutte le persone con cui ho collaborato, negli anni, nel tempo, si sono rivelati degli amici. Logicamente proprio per il rispetto che c’è, a livello umano ed artistico, quando poi si va in studio sono ospite del mio amico, ma le “porte” sono aperte: si parte dal progetto che ho pensato io, ma c’è spazio per esprimersi al meglio e in tutta libertà.

Dove sta andando la musica oggi? Quale rivoluzione musicale si sta preparando o si sta già muovendo sulle scene artistiche di mezzo mondo?
_MG_0219Secondo me sta andando in due direzioni: c’è una musica di massa, con un numero di artisti noti a tutta la popolazione da 5 a 90 anni, che partecipano a programmi televisivi di massa, per lo più facendo cover anche con notevoli doti tecniche, ma non con quel percorso che io considero fondamentale per un artista, e cioè fortemente personale, che viene “dal basso”, con le esperienze e con una gavetta del tipo “carica e scarica il furgoncino”, che non ha solo a che vedere con la fatica, ma con le relazioni e le collaborazioni che così si creano. Le collaborazioni che sto facendo ora, in realtà sono nate negli anni ’90, sono tutti rapporti che in qualche modo direttamente o tramite amici di amici portano avanti uno stile che è proprio quello del vivere la musica, facendola, ma anche vivendo il rapporto umano dal principio fino a quando non si diventa professionisti.
L’altra direzione è quella dei tanti artisti di nicchia, probabilmente anche molto più bravi o artisticamente più geniali, in qualche modo costretti a viversi molto bene la loro nicchia, ma avendo sempre meno spazio per comunicare i propri sforzi con tutta la massa. Temo purtroppo che il livello culturale italiano, che sulla musica è già piuttosto “basso”, continui a scendere ulteriormente, anche perché non si insegna più la musica nelle scuole. Quindi non c’è proprio capacità di lettura, e a parte conoscere uno strumento e suonarlo, si tratta proprio di “discoteca”, di ascolto, come imparare a conoscere i generi musicali, i nomi che li hanno rappresentati dall’origine…

Senti, invece, come sta andando l’underground italiano?
Bè, come dicevo, sta messo bene come forza vitale, sta messo male come capacità di comunicazione, perché tutti i grandi media, sia le radio, che ormai si chiamano “hit- radio” perché passano solo le prime 50 canzoni della Top, sia la televisione, ormai si ascoltano solo cover ben fatte, ma la musica vera, originale, dei gruppi che se la sono sudata in studio e girando tutto il Paese, difficilmente arriva. Quindi c’è tanta musica, fatta molto bene, ma in realtà da piano bar, con tutto il rispetto per il piano bar certo, però…

Anche quest’anno sarai il Direttore Artistico della sezione hip hop del MEI: che innovazioni ci dobbiamo aspettare?
In realtà il MEI essendo un Meeting è un momento di incontro e di riassunto della situazione della scena hip hop in Italia durante l’anno trascorso. Il mio approccio è stato quello di dare visibilità a tutte le etichette indipendenti che hanno lavorato bene durante l’anno e a tutti gli artisti che hanno fatto girare il loro nome, a tutti gli artisti che verranno ufficialmente premiati dagli esponenti del settore. La mia sezione del MEI è una vetrina di ciò che è stata la scena hip hop negli ultimi dodici mesi, considera che al di là dei nomi del mainstream, cioè i più conosciuti, c’è un grande sviluppo a livello underground. Sono arrivate ben 90 demo di artisti emergenti che partecipano al concorso Hip-hop MEIcon i nomi del mainstream, che si muove un po’ meno, siamo arrivatia  130: è sempre un po’ indirettamente proporzionale, ma questo vuol dire che il movimento ha ancora molte cosa da dire e da dare.

Cosa vorresti fare, nel tuo futuro artistico, che ancora non hai avuto modo di realizzare?_MG_0320 Sinceramente alcune cose che volevo fare sono riuscito  a farle, altre mi sono arrivate quasi come un regalo del Destino e le ho vissute con tanta serenità, in realtà quello che voglio fare è continuare a fare quello che sto facendo ormai da 10 anni a questa parte: poter vivere del mio lavoro, esprimendo le mie idee e la mia esperienza. Sì il mercato  va un po’ male, ed è difficile realizzare tutto quello che uno c’ha in testa, però speriamo che si possa riprendere o trovare dei punti di equilibrio, o dei sostegni anche istituzionali, che negli altri Paesi ci sono. Per esempio, quando ho suonato in America c’erano molti artisti che erano lì ed il Ministero della Cultura del loro Paese aveva pagato il loro soggiorno, mentre io mi sono pagato tutto da solo. Questo succede anche al MEI, ma questo per dire che negli altri Paesi la musica è considerata cultura e quindi è tutelata, qui no. Ma tutto parte già dalla scuola, nella percezione indiretta dei bambini la musica non ha lo stesso valore delle altre materie scolastiche…

Diciamo che per noi la musica è un passatempo…
Costoso anche, e questo crea una discriminazione tra chi può e chi non può permetterselo. Eppure con un po’ di buonsenso questa situazione potrebbe cambiare e non servirebbe neanche troppo a livello legislativo.

Piotta grazie della tua disponibilità, tanti auguri per il tuo futuro artistico, però ora, direi che è quasi d’obbligo un saluto per i nostri lettori…
Per tutti gli amici di MArteMagazine da P, I, O, doppia T, A: buona lettura, buona musica, buon tutto, buona vita. Ciao!

Edyth Cristofaro

Letto 8352 volte Ultima modifica il Mercoledì, 11 Novembre 2009 12:49

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