Mercoledì, 29 Aprile 2009 01:06

Jazz cantautoriale alla VI serata MArteLive 2008 con Piji

Scritto da Redazione
Vota questo articolo
(0 Voti)
Un concerto intenso, e musicalmente molto valido, quello di Martedì scorso all’Alpheus. Tra gli artisti esibitisi, vogliamo ricordare Piji e la sua band che ci hanno proposto una musica tutta da ballare, sì, ma che allo stesso tempo si ascolta molto volentieri anche stando seduti al tavolino.La band al completo è composta da Domenico Sanna, al pianoforte; Filippo Schininà, alla batteria; Matteo Ruberto, alla chitarra; Luca Iaboni, alla tromba e al filicorno; Biagio Orlandi, sax soprano e sax tenore; Matteo Locasiulli, contrabbasso e naturalmente, Pierluigi Siciliani, in arte Piji.

Jazz quindi al MArteLive della sesta serata, tra l'altro con un programma davvero eterogeneo, ma legato alla canzone d’autore. Tra le figure che hanno avuto influenza sul cantautore romano, Sergio Caputo e Giorgio Gaber. Bisogna, a onor del vero dire che con Piji l'Alpheus ha assunto magicamente le sembianze di un jazz club americano, ma rivisitato in chiave italiana, per non dimenticare la provenienza geografica degli interpreti.

Cantautore, scrittore, giornalista musicale: una personalità poliedrica e interessante che si riflette anche nei testi, nelle musiche, nelle atmosfere senza tempo che Piji e il suo gruppo riescono a ricreare. Una musica affascinante che porta con sé una buona dose di malinconia, ma sa anche essere divertente con venature a tratti davvero pungenti.

Si trattano temi che appartengono alla nostra storia, come l’ostilità del regime fascista nei confronti del nascente stile jazz, che si guadagnava al tempo l’appellativo di “musica negroide”, o della nostalgia dell’emigrante italiano che parte da solo in Germania tenendo ancorato nel cuore il ricordo dell’Italia. Nel primo caso stiamo parlando de "L’Ottovolante", pezzo in stile Swing anni ’20, che oltre ad essere un omaggio al jazzista nostrano Natalino Otto è una polemica in chiave ironica sull’atteggiamento dei passati regimi dittatoriali nei confronti del jazz stesso. Ne "I cigni di Ninfenburg", invece, si raccontano le pene di un italiano che negli anni ’70 va in Germania da turista e poi ci rimane a vivere. In questo brano vengono usate sonorità allegre per raccontare temi molto nostalgici, creando una suggestiva contraddizione tra forma e sostanza. “E adesso guardo le stelle…ma nella TV. E bevo birra, anche se non mi va …”, recita la canzone. www.irtces.com

E l’atmosfera un po’retrò è rievocata con le note in tre quarti del Waltzer di notte, che chiude un concerto ben riuscito ed apprezzato da un pubblico sempre più Live.

(Stefania Carta)



Marco Notari: duro, elettrico, graffiante

Un suono nato tra le strade di Torino, ruvido e un po’ cupo. Un live forte, quello del 3 giugno all’Alpheus, in cui Marco Notari ha lanciato una sfida alla società degli “investimenti sicuri", un’ammonizione alla mentalità postmoderna che produce automi, marionette mosse da intenti schiettamente utilitaristici e da chissà quale entità superiore.

Intervistato recentemente al TG1 e definito come artista simbolo della nuova scena indipendente italiana, Marco Notari ha appena regalato al mercato musicale il nuovo EP “Io non mi riconosco nel mio stato”, che anticipa il tour estivo e l’album “Babele” in uscita a settembre 2008.
L’abbiamo intervistato per MArteMagazine subito dopo la performance di martedì sera, per conoscerne a fondo lo stile e gli intenti. Sentiamo cosa ci ha detto...

Stasera abbiamo ascoltato un sound molto duro, elettrico, graffiante. A chi ti ispiri? Quali sono i tuoi modelli e riferimenti italiani e internazionali?
A livello internazionale sicuramente i Radiohead, che sono degli ottimi musicisti, a livello italiano ti posso dire che da ragazzino ho frequentato spesso i concerti dei Marlene Kunz e degli Afterhours… e penso che nei miei pezzi quest’influenza sia abbastanza evidente.

“Io non mi riconosco nel mio Stato”: sono le parole che hai cantato al concerto e anche la scritta sulla tua maglietta… da quali riflessioni nasce questa affermazione di forte impatto?
“Io non mi riconosco nel mio Stato” è il titolo del nuovo EP e anche di una canzone. Innanzitutto si trova all’interno dell’album, ma è anche collocato all’interno di un percorso e quindi di una storia. Il disco è contestualizzato all’interno di un determinato momento e in una determinata persona. Mi piaceva però anche l’idea di decontestualizzarlo, pubblicarlo come singolo e dargli un significato più universale, visto il momento in cui viviamo.

A cosa ti riferisci quando dici “contesto in cui viviamo”?
Ci troviamo in un momento abbastanza particolare, però è anche un momento in cui ci stiamo un po’ risvegliando, dopo un periodo di nichilismo. Sottolineo il doppio significato della parola “Stato”: non viene svelato mai a quale stato ci si riferisce, ma probabilmente il riferimento, alla fine dei conti, è a entrambi…

Nelle tue canzoni parli anche di “investimenti sicuri”…
Sì, quello infatti è un altro brano dell’EP, nel senso che poi singolo EP sono confluiti brani un pochino più provocatori, è una sorta di linea di significato, o meglio due grandi linee: “Io non mi riconosco nel mio Stato” è una presa di coscienza e poi alla fine del percorso si arriverà al totale annullamento dell’Io. Un po’ come quando tutte le mattine prendi lo stesso treno… un po’ alla “The wall” insomma, però qui il tema viene affrontato con approccio più ironico. Penso che in qualsiasi persona si possa ormai trovare un accenno di atteggiamento borghese: prendere consapevolezza della cosa è sicuramente il primo passo per capire che in realtà non è tutta lì la vita di una persona.

Ho letto che ultimamente hai partecipato al “Bizzarro Film Festival” con il videoclip di “Automi”. Quale valore ha per te l’immagine associata al suono? Te lo chiedo perché stasera ho notato che curate tantissimo anche la dimensione live…
Sì, “Automi”, il video in concorso, appartiene al primo album. L’immagine per noi ha un valore primario: personalmente sono molto influenzato dalle opere dei Pink Floyd e mi piace molto l’idea di espandere il suono alla dimensione visiva. Nel video di “Automi” abbiamo cercato di uscire dallo schema del classico videoclip dove si vede il cantante e la band: il video in realtà è stato girato in stop motion da un regista toscano molto bravo, Virgilio Villoresi, che attualmente sta lavorando anche per Vinicio Capossela. In questo caso sono stato molto integralista, nel senso che non volevo apparire, sarà così nell’EP e sarà così anche nell’album. Come avrai notato nel mio lavoro ci sono molte negazioni: “Io non…”. E anche la scelta di non voler apparire mi è sembrata una buona negazione. Il risultato del concorso comunque non si conosce ancora, staremo a vedere.

Cosa ti riserva il futuro immediato?
Il prossimo progetto è ovviamente l’uscita dell’album, intitolato “Babele”, ad ottobre… e poi continuare a suonare per tutta l’estate e per tutto l’inverno. Visto che si tratta di un concept album mi piacerebbe tantissimo abbinare un video ad ogni pezzo, e quindi dare anche un significato visivo al lavoro… ovviamente non è detto che ci riusciamo visto che i problemi di budget e di tempo sono sempre tanti!

Prossima data?
Prossima data a Ferrara al “Porkiss Fest” tra una ventina di giorni.

(Federica Cardia)



The others...

È ancora corto al MArteLive. Giunti a metà della gara, nuove trame ed immagini ci aspettano in questa sesta sessione di cinema che, come al solito, ci ha incuriosito, catturato ed entusiasmato!
E' notte e “Il piazzista” (Roberto Maiotti) torna a casa dopo una prima fallimentare giornata di lavoro. Come da copione la sua auto si ferma e – ovviamente – non c'è verso di farla ripartire. Così l'uomo s'incammina nel buio ma una luce improvvisa lo conduce in un covo di malviventi - trafficanti di organi. Da questo momento comincia l'equivoco: il piazzista viene scambiato per il chirurgo che deve espiantare gli organi... la cosa sorprendente è che lui sta al gioco. O almeno ci prova!

“Extra” (Paolo Crescenzo), titolo autoreferenziale per una storia dentro una storia. L’ immagine è quella classica dell’attore principale che racconta l’esperienza del film a scopi pubblicatati, ma c’è qualcosa che non torna … a parlare è una comparsa che si sente per qualche motivo la primadonna, e comincia a raccontare i retroscena della sua ultima fatica cinematografica, ed esorta il pubblico ad andare a vedere il film!

“Mu’ Afah. Ceneri di uomini” (Ottavio Mussari) è il racconto di un ragazzo che vuole intraprendere un'attività commerciale e nonostante lo spettro del pizzo decide di rilevare uno stabilimento balneare. Ovviamente le minacce arrivano presto e un incendio brucia la struttura appena inaugurata. Ma il giovane non si scoraggia e con l’aiuto degli amici e la collaborazione delle forze dell'ordine riuscirà a portare aventi il suo sogno e a far arrestare i malviventi.

“Enya” (David Petrucci) apre la scatola nera... e ci finisce dentro! Un po' come ai tempi accadde alla famosissima Eva, la protagonista del corto finisce brutalmente punita per il suo peccato. Ma anche altri: tutti inscatolati nella favola qui narrata.

Quasi una vera e propria fiction “Nel nome di nessuno” (Alessandro Guida) parla di adolescenti e di sport. La trama, che si dipana nell'arco di un'unica giornata, ci racconta gli incroci delle storie di vita di ragazzi accomunati dalla passione per il rugby.

Come ci si sente a precorrere un quadro di Escher? “Mondi simultanei” (Mauro Pace) è la risposta a questa domanda. Si tratta del tentativo di trasmettere le sensazioni, lo straniamento, l’irrealtà del sogno con all’opposto il risveglio di mondi del subconscio che corrispondono al cadere di una goccia.

“Esperimento autobiocranico” (Federico Carnevali) ci mostra le suggestioni e gli stati d’animo di uno studente di regia che a seguito di alcune dipendenze sperimenta delle visioni e comportamenti che ricordano immagini felliniane e oniriche. Citazioni.

Un atra serata di gara si è chiusa, altri corti hanno sfilato uno dopo l’altro sul maxischermo della saletta cinema all’Alpheus. Immagini divertenti come quelle offerte da “Extra”, ma anche di denuncia “Mu’ Afah. Ceneri di uomini”. Equivoci come il caso del “Il piazzista”, ma anche storie di vita come “Nel nome di nessuno”. Ed infine trovate del tutto surreali come “Mondi simultanei” ed “Esperimento autobiocranico”. Tutto questo ha caratterizzato la nuova sessione di corti.
Varietà ed innovazione queste le parole chiave del CortoLive. Alla prossima settimana!

(Gabriella Radano)



...e sulla scena il clima si fa interessante

Ancora una volta il pubblico è pronto, gli artisti anche e sulla scena il clima si fa interessante: lo spettacolo teatrale sta per iniziare dando il via alla sesta serata del MArteLive 2008. Da un genere all'altro si ruota in scena, fino a giungere all'ironia pura. E crescendo gradualmente d'intensità gli spettacoli prendono forma e colore attraverso gli occhi, le parole e i volti dei loro interpreti.
A rompere il ghiaccio sulla scena, la compagnia I pedoni dell'aria in " Waiting for Platone”.
Una storia non troppo limpida, ambientata nelle fauci della terra, alle prese con uno scienziato che voleva dominare su tutto e tutti infrangendo anche i sogni naturali di una donna: una sognatrice che desiderava avere un bambino ma ...cosa succederà?
Tre i colori dominanti sulla scena: rosso, bianco e nero, corrispondenti ognuno ad un significato intrinseco. Una performance particolare, da seguire nel dettaglio e tecnicamente scandita nei tempi e nei ritmi da giochi di luce, che creano grande atmosfera.
A seguire la compagnia Campo d'Arte in cui l'attore protagonista accompagnato solo da un personaggio "silente" sulla scena, interpreta un uomo mai troppo lucido che fugge dai pensieri logoranti aggrappandosi ad una bottiglia.
Racconta di sè, in maniera leggera e disinvolta, finché un giorno non decide di fare una scommessa che gli cambia la vita, non rendendosene conto. E si ritroverà ad incontrare un "angelo" e insieme daranno origine a "Cercando Maria per Roma".
La sua voce, la sua gestualità, in poche parole la sua interpretazione, è piacevole e per certi versi piuttosto suadente.

Ma lo spettacolo sicuramente più spettacolare è stato "Interno abbado" della compagnia I Termini.
La scena si apre con la musica vivace, allegra e spensierata di un organetto, suonata da uno degli artisti, che introduce la scena, arricchendo di suspence il momento dell'attesa.
Ecco allora che il protagonista prende la parola...Un monologo intricato, vivace e frizzante.
Un uomo che "diviene donna" ma che rimane ancora tutto da scoprire e da capire.
La trama di questa storia risiede proprio nel suo essere contorta. Qualcuno scompare ma alla fine si ritrova sotto "mentite spoglie"...chi?... La risoluzione giungerà al temine.
Una storia divertente e simpatica, grazie anche all'interpretazione del protagonista.
I suoi ritmi, la sua ironia, il suo volto e la capacità di "divenire" hanno riempito la scena; il tutto sommato alla sua incisività e sicurezza, ma soprattutto alla passione che è riuscito a trasmettere.

Vi invito dunque ancora una volta a non perdere l'occasione di vedere spettacoli come questi, perché è davvero vedendoli che si può cogliere tutto il meglio del TeatroLive…

(Maria Logroio)



La moda è una cosa seria! Forse...

Ultima serata in concorso prima delle semifinali per gli stilisti emergenti scovati da F*UTILE. Ultima possibilità per battagliare con ago e filo prima dello scontro tra titani. Si sente forse la tensione sotto il tendone della sezione Moda&Riciclo? Ma no! Qui è tutto un turbinio di colore.
Restyle – Remade in Italy ha organizzato la presentazione di un lavoro di ricerca che nasce nel 2006. Eccoci davanti a calzoncini ammiccanti e top ultrafemminili, ma se ci si ferma a guardar meglio gli hot pants ci si accorge che sono una vecchia e orrenda maglietta da rugby e il vestitino una gigantesca felpa informe. Come è stata possibile la trasformazione? In effetti, le foto che affiancano i vestiti presentano queste creazioni come magiche; questo non è un riciclo di tessuti, è una vera e propria mutazione genetica. Non è infatti possibile spiegare come capi così sgraziati con materiali di poca valenza possano trasformasi in armi di seduzione. Il gruppo eterogeneo di Restyle riesce a trasformare l’orrendo in attraente. Il loro è un vero “carrozzone” le quattro stiliste accompagnate ad un talentuoso fotografo per rendere ancora più appetibili le loro creazioni.

Le giovani creatrici di moda della settima serata del MArteLive sanno leggere veramente lo spirito di curiosità e il rifiuto del livellamento del gusto che regna tra le loro coetanee, e rispondono alle loro esigenze prima ancora di soddisfare quelle di potenziali clienti. Questa è la chiave di una decifrazione attenta del senso estetico. Il mondo delle riviste patinate è ormai lontano dallo street style, anche se cerca di seguirne i passi. Solo chi cammina veramente per le strade e sente i commenti di amiche curiose di nuovi colori può realizzare pezzi unici come quelli di Paola Ravanelli. Paola fa dei suoi vestiti una polemica, Not your dolls, è un chiaro ed esplicito rifiuto all’essere considerate delle “bambolette” dunque perché non vestirci come loro? Colori sgargianti per essere appariscenti e decise mentre ci si agghinda di ricami, fiori e merletti.

Aurelia Laurenti è parte di una vera e propria “organizzazione del riciclo”: L’occhio del Riciclone nasce con lo slogan “dal rifiuto al riuso” e la loro politica è quella di raccogliere pezzi di vita abbandonati, curare il loro aspetto trasandato, dargli un nuovo look più ricercato e consegnargli una nuova identità. Per nostra fortuna tutta questa organizzazione non è segreta. La passione di Aurelia? Le auto. Rientra infatti nel tipico cliché il suo lavoro di designer di moda. Le donne amano i bei vestiti e le belle auto, di queste ultimamente guardano anche i particolari come i cerchi in lega, i copertoni ma con l’unico scopo di metterseli addosso! Aurelia si intrufola nei cimiteri delle auto e le sue borse saranno realizzate da cinture mentre le collane nere di gomma. Uno stile black per una donna che sa come realmente vanno usate le auto. Che non si dica: donna al volante pericolo costante, quindi! In fondo, si potrebbe sempre prendere in considerazione l’idea di distruggere l’automobile del proprio fidanzato per ricavarci altri accessori, no?

(Rossana Calbi)



Volenti o nolenti, pittura sì, ma Live!

Federica Ubaldo con un tratto assai riconoscibile, raffigura in una ritrattistica in bianco e nero quasi neo-gotica personaggi avvizziti che sono, volenti o nolenti, parte di un mondo ingrato che gli screpola il contorno degli occhi e le labbra e li fa apparire in flashes terrei e rivelatori. La pittrice mette allo scoperto la spina dorsale dei soggetti, consumati da una cattiveria che gli essicca persino le mammelle. L’artista che ha tra le sue fonti d’ispirazione Lynch, Schiele e la musica dei Radiohead, ritiene, d’altronde, che l’essere umano si dimostri spesso niente più d’una macchina idraulica da cui entrano ed escono sciocchezze o peggio, in un moto continuo che non lascia spazio ad una commiserazione se non passeggera. Forse per ricordarsene, alcuni dei suoi per-sonaggi si sono applicati un piercing in fronte, a mo’ di memento mori, ma il dato più estraniante è la metafisica del tubo di cui la Ubaldo si fa alfiere sottolineando come la comunicazione non sia che una connessione artificiale tra organi tra cui il cervello talvolta incautamente estroflesso, e condotti tubolari, appunto, in cui la nostra voce spesso si perde in echi rauchi e senza pro.

Antonio Guzzardo, prossimo al diploma dell’Accademia, di recente si è ispirato liberamente alle locandine dei film del geniaccio David Lynch; martedì 3 Giugno, lavorando il dipinto dedicato a “Fuoco, cammina con me”, ha utilizzato una tecnica più estemporanea e diretta, in considerazione delle esigenze d’un live event. Il suo stile di solito è grafico relativamente alla stesura del colore, e cinematografico rispetto al taglio con cui presenta i volti dei suoi soggetti, che emergono dal buio con l’apparenza di un primo piano in una pellicola bruciata. Il colore steso in zone piattissime, fornisce una tridimensionalità di sintesi a queste fattezze da copertina (si tratta di attori, anche se non riconoscibili) cristallizzandosi in fasce frammentate che riflettono le diverse zone d’ombra percepite sullo scatto fotografico di partenza. Prima di questa serie, Guzzardo amava comunque digitalizzare fotografie di oggetti per poi operare al computer una astrattizzazione progressiva di tali immagini, trasferendole infine su tela come se fossero fantasmi irreali di porzioni di realtà iperrealisticamente catturate, suggerendo filosoficamente, come in Blow up, la dissoluzione del dato concreto dovuta all’accanimento dei mezzi di riproduzione.

Massimo Celli alterna l’acrilico a gessetti e pastelli per ottenere sfrontate rappresenazioni di tono satirico, tra il pop e il grottesco; energumeni mostruosi coi denti scoperti attentano alle residue virtù di donzelle non sprovvedute: uno di loro sguinzaglia una lingua chilometrica, un altro simbo-leggia il qualunquismo dell’uomo eterosessuale medio italiano, mentre la donna tatticamente sde-gnosa viene mostrata così come viene tramandata dalla vulgata mediatica. In un’altra tela, sei politici banchettano col cittadino italiano tagliato a fette ma stranamente ancora rappresentato con gli attributi al loro posto mentre in realtà – come riconosce lo stesso artista – “se ci lasciamo sfruttare la colpa è di chi quei gingilli non li ha”. Diplomato allo IED, Celli, in un’ottica spe-rimentale, a volte dipinge su un sostrato di carta applicata sulla tela per ottenere anche un effetto moderatamente materico, che conferisce a certi suoi lavori l’aspetto di deformità picassiane prelevate da affissioni murali.

Luigi Dragonetti, illustratore di ormai provata esperienza, lavora su tela senza telaio. Uscito dal-l’Accademia, ha operato in campo editoriale e pubblicitario, mettendo a frutto le sue scelte di rigore tecnico: impiega solo un medium pìittorico per volta, acquerello e tempera acrilica per lo più. I suoi elaborati, molto fini e dettagliati, si giovano costantemente di un’atmosfera onirica e di una certa morbidezza delle forme, ma l’artista si dichiara sempre pronto ad adeguarsi alle esi-genze del committente, da buon professionista. Mentre è notevole il rilievo tridimensionale che Dragonetti riesce a conferire alle sue figurazioni, sempre dense ed intense cromaticamente, ri-sulta sorprendente per un giovane la saggezza con cui dichiara di rifuggire dagli eccessi delle trasgressioni sia formali che contenutistiche, che a suo dire devono essere limitate. Questo ci raccomanda mentre procede pazientemente nel suo acquerello, velatura dopo velatura.
Francesca Schifano utilizza frammenti di decollage montati su tela per poi stampigliarvi sopra con una tecnica che sembra xilografica, figure indecidibili, tra l’ironico e l’alienato, probabilmente lacerati o spiegazzati dentro come la carta su cui non riescono a riposare neanche forse in posizione fetale, come nell’autoritratto minimale dell’autrice. In alcuni casi le figure sono contestualizzate in periferie urbane estremamente stilizzate, che non lasciano scampo neanche agli animatori culturali, come dimostrano i due esemplari in cui soino effigiati un Amleto col tescio in mano, ed un teschio con la testa di Amleto poggiata sul palmo. In quale teatro di periferia può andare in scena una tale acre rappresentazione? La Schifano è anche autrice di un libro d’arte, intitolato “Tra vita e morte”, ma anziché rifletterci seriamente, preferisce di gran lunga continuare ad ispirarsi al Professor Bad Trip, il suo maestro di riferimento (a parte quelli conosciuti allo IED), un grande dell’underground scomparso nel 2006 ma di cui il ricordo non può spegnersi malgrado le tante mutazioni del disordine.

Mr. Caccio è un provetto aerografista che si muove sul terreno del figurativo scegliendo ecletticamente soggetti e stili ma sempre dando evidenza iperrealistica alle sue visioni, a cui dona vita con la sapiente modulazione degli spruzzi del suo strumento. I suoi modelli sono i colossi della pittura rinascimentale; si spiegherebbe così il ricorso a fondi oscuri o eterei da cui le forme emergono a volte con accentuata sensualità. Autodidatta, sin dai 12 anni si è lasciato pervadere dal messaggio delle filosofie orientali, fino a giungere ad un autoritratto in cui l’artista appare effigiato in primissimo piano, chiuso in un riquadro, accanto alla scritta in sanscrito NAMASTE, ovvero: Mi inchino alla divinità che è in te. Esemplare caso di un napoletano-tibetano, sospeso tra questo ed un altro mondo (citiamo dal suo blog su MySpace), che riesce ad essere di umore trionfante: ed a ragione, visto che l’esattezza della sua tecnica gli consente di restituire all’occhio distratto anche le più intime e sottili pieghe del vestito setoso d’una donna dell’umore giusto o enumerare, nell’autoritratto, i singoli peli dei suoi baffetti!

(Marco Settembre)



Elektronic Sound, ma non solo- VI serata

Nuova serata di musica emergente al MArteLive 2008. La tendenza, in generale, è stata quella dell’elektro sound d’altri tempi, rivisto e aggiornato (o almeno così ci è parso…), ma sempre accattivante. La serata è iniziata con un cambio di scaletta dell’ultimo minuto che ha visto i calabresi Gripweed, band elektro funk, un po’ rock e un po’ new wave, salire per primi sul palco. Hanno presentato un progetto non particolarmente innovativo dal punto di vista del sound, ma tutto sommato niente male. Le commistioni che hanno presentato sono risultate gradevoli, energizzanti ed orecchiabili, sebbene la tecnica distorta sulla voce abbia bisogno ancora di un lavoro di raffinamento, così come i testi.

Secondi i Musashi, band di Guidonia, all’opera con un rock spinto (ma non troppo) e dalle sonorità non proprio sconosciute. Il progetto presentato è lodevole dal punto di vista delle innovazioni che si sposano bene con tecniche e sperimentazioni già battute, ma finiscono anche per diventare dispersive. La melodia vocale ha bisogno ancora di trovare una sua propria identità, ma parte da una base interessante.

Terzi i Freak Out! di Modena. Padroni assoluti della scena in quanto a carattere e capacità di espressione, hanno presentato un elektro rock davvero distintivo ed orecchiabile. Hanno “martellato” duro fino alla fine dimostrando che le atmosfere anni ’80 possono essere ancora interessanti e coinvolgenti, e ci hanno rubato un sorriso di approvazione anche con la tecnica strumentale, fatta di distorsioni elettroniche e slanci di una batteria caricatissima.

Quarti gli Errata Corrige di Catania, ancora in fase di sperimentazione tecnica delle loro possibilità. Si è notato uno sforzo interessante sulla redazione dei testi, ma ci sarebbe ancora da lavorare su identità, stile e carattere di scena. L’idea di iniziare la loro performance con una cover non è stata un’idea brillante, ma è stato sicuramente lodevole il loro intento di innovazione e rivisitazione della stessa.

Quinta, a chiudere la serata, Melissa Ciaramella, progetto acoustic, folck rock e anche un po’ pop piuttosto melodico. Testi ricercati e armonia orecchiabile sono stati i segni distintivi di questa cantautrice romana che alla chitarra ci ha ricordato vecchie esperienze sonore. Sebbene non sia di enorme impatto scenico ha dalla sua la capacità strumentale. Forse il progetto avrebbe bisogno di un pò di innovazione in più, ma nel complesso non è stato affatto male.

Alla prossima settimana con gli ultimi gruppi che si esibiranno prima del gran finale MArteLive del 17 giugno…a tutta musica!

(Edyth Cristofaro)



La fotografia si affaccia sul mare

Le città sul mare da nord a sud ci hanno consegnato scatti dei loro respiri distorti e malinconici. Per non perdersi tra le immagini della sala fotografia che sembrano visionare mondi diversi e paralleli basta ricordarsi che si tratta di foto di donne che vivono il mare. Isabella Esposito è una neofita della fotografia e la sua napoletanità è palese nella corposità della costruzione delle foto. Fotografa sanguigna in Fotografare è come trattenere il respiro le ombre sono regolate con mirabile accuratezza. I colori sono pieni. Quello che interessa agli occhi di questa futura biologa è il ricordo: tutto deve essere fermato e sottolineato. Il concetto di memoria è molto forte per chi ha un rapporto vivo con il mare. Ciò che è vivo e ti appartiene si perderà domani perché avrà facile via di fuga. Per questo la fotografia si riappropria del concetto della memoria in queste foto che descrivono feste antiche e squarci industriali.

Ancora Napoli, ancora il ricordo, ma questa volta intimo, delicato puramente femmineo. In Memorie di Viaggio, Francesca Rao ha un concetto della fotografia talmente puro che sembra assurdo che usi una digitale. La fotografia femminile non nega mai la realtà, non usa mezzi per giocarci, la racconta, la spiega perché serve alle donne trovare un senso anche con l’immagine fotografica. Quelli di Francesca sono attimi durati lunghe ore di attesa, sono costruzioni che devono emozionare per far sopravvivere un’arte lontana. Davvero un talento caldo e partecipe nel viaggio verso il suo passato e verso il nostro.

Dal calore di Napoli corriamo lungo la costa tirrenica per arrivare a Genova, dove Nuvola Ravera presenta la realtà nella sua totale distorsione. Dove si passa per perdere le certezze tutto è senza definizione, sfocato, perso nell’ombra o in uno specchio. Nuvola offusca i suoi scatti, ma non usa supporti esterni, legge ciò che vede diversamente con un filtro che è la nostra stessa mente, forse necessario per sopportare la tangibilità.
Le foto possono presentare un ricordo o crearlo, la delicatezza dello sguardo che “trattiene il respiro” e che suscita la medesima emozione nel consegnarsi all’altro è forse il risultato più antico dell’arte fotografica e quello per cui ancora ci si sente coinvolti da immagini lontane nel tempo e nello spazio.

(Rossana Calbi)

Letto 20529 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Maggio 2009 00:15
Privacy Policy

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare l’esperienza di navigazione e per inviarti servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookie Leggi l'informativa.