Giovedì, 24 Febbraio 2011 00:53

Cristiano Cavina: a furia di scavare

Scritto da Eva Kent
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[L'ILLETTERATA]

evakentUn po’ Emile Zola, un po’ solo Cristiano Cavina (e di suo già basta), Scavare una buca (Marcos y Marcos) è la piacevole sorpresa di scoprire che, ogni tanto, anche nell’Italia letteraria, si parla del tema spinoso del lavoro e delle morti bianche.

Un io-narrante che ci catapulta nell’enormità di una cava di gesso. Un io-narrante accompagnato da tanti comprimari (il Necci, lo Zio Jair) che come lui amano, nonostante tutto, il loro lavoro, anche se pericoloso, doloroso, incompreso.
Non scade nel patetismo o nel pietismo Cavina, non si lascia scivolare nell’inneggio al lavoro sicuro, si limita a raccontare con passione, delicatezza e criterio: “Come se certe cose uno potesse andare in giro a spiegarle” dice il Necci, e ci lascia addosso il peso di tutto ciò che ha scavato.
Il lavoro è scavare nella polvere, perforare, disgaggiare, frantumare, coltivare la pietra con mezzi sacavreunabucagiganteschi.
Potrebbero sentirsi invincibili, i protagonisti di questo romanzo,  se non fosse per quel rosso che al tramonto tinge la pietra e sembra sangue da versare come tributo alla montagna, o per il brontolio di tuono che rimbomba quando si scaricano i cristalli di gesso.
E per la consapevolezza che nel loro lavoro gli errori si pagano, come Edmeo e Cavalletta che sono entrati in cava con quattro braccia e ne sono usciti con uno: il sinistro di Cavalletta.
Il senso della storia ricorda che violare la scorza della terra è sempre e comunque pericoloso e che una cava è una terra di frontiera, dove non ci si limita a portare a casa uno stipendio. La polvere copre ogni cosa e le emozioni sono cristalli grezzi e così, giorno dopo giorno, diventa complicato raccontare come una cava di gesso possa plasmare una vita e, al contempo insegnare a vivere sotto una costante minaccia, ma con orgoglio e dignità. Perché non si tratta solo di scavare una buca: “Certi confini sono sottilissimi, e fanno tutta la differenza del mondo”.
La storia continua, la tragedia è alle porte, tutto cambia, senza cambiare mai e Luciano, vent’anni soltanto, nuovo arrivato, figlio di quell’Edmeo, forse non vorrebbe nemmeno essere lì. Eppure è difficile spiegargli che bisogna stare attenti, bisogna essere responsabili delle proprie azioni, perché la montagna non perdona. È difficile spiegarlo, ammesso che sia davvero necessario.

Con uno sguardo attento e delicato, che a tratti nella sua semplicità sfiora la poesia, Cristiano Cavina esce dalla sua storia personale, con cui ci ha accompagnato finora, e ci riporta nel mondo della gente che lavora, che suda, e lo fa con senso di responsabilità e umiltà, tramite una storia che mescola sapientemente fatica, polvere, incidenti sul lavoro che uccidono o cambiano la vita, amore e amicizia. Una storia d’avventura, un romanzo popolare, lineare, di passione quotidiana che lo consacrano, a giusto titolo ancora una volta, come uno dei narratori italiani più veraci, eppure sempre estremamente intimista che ci lascia un piccolo spazio per fare manovra e provare a comprendere i dubbi dell’esistenza.

Cristiano Cavina, Scavare una buca, Marcos y Marcos, pag. 206, € 14,50

Eva Kent
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