Mercoledì, 16 Febbraio 2011 12:12

Il misticismo poetico di Akram Khan

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[DANZA]

ak1ROMA-Io sono la Luna, dappertutto e in nessun luogo. Non cercarmi al di fuori; abito nella tua stessa vita. Ognuno ti chiama verso di sé; io ti invito solo dentro te stesso. La poesia è la barca e il suo significato è il mare. Vieni a bordo, subito! Lascia che io conduca questa barca!”.


Jalāl al-Dīn Rūmī, o semplicemente Rumi, è stato il più grande poeta, filosofo e mistico persiano del 1200. Fondatore dei dervisci rotanti, nelle sue tantissime poesie e nei suoi scritti filosofici, incitava l’uomo a compiere il suo viaggio alla ricerca dell’amore supremo, che è Dio, e dell’amore derivato che è il riflesso in noi dell’amore divino e delle sue propagazioni nel mondo.  
Un viaggio dunque verso se stessi, con la volontà di esplorare la nostra natura e le conseguenze delle azioni umane. Alla base di queste riflessioni c’è il sufismo, la forma di ricerca mistica della cultura islamica.
Parte dagli scritti del poeta Rumi e trae ispirazione dal sufismo il nuovo lavoro del coreografo Akram Khan.
Londinese di nascita, ma di origini asiatiche (i genitori erano emigrati a Londra dal Bangladesh), Khan attivo con la sua compagnia già dal 2000, ci ha da sempre abituati a forme di misticismo danzato, ad una sorta di unione tra la danza contemporanea di matrice occidentale e la danza indiana, o più in generale asiatica. Già dalla sua biografia notiamo infatti come affianchi, fin da bambino, gli studi di danza contemporanea allo studio della danza kathak, una delle sette danze classiche indiane.
Il suo ultimo lavoro del 2010, Vertical Road, dopo aver vinto il premio della critica The Age per il miglior nuovo lavoro al Festival di Melbourne 2010, è entrato a pieno diritto nel cartellone del Festival Equilibrio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, lo scorso 11 Febbraio.

Il pubblico è quello delle grandi occasioni, la Sala Petrassi piena in ogni ordine di posto, e con un discreto numero di persone in piedi, vibra di una energia particolare. Il sipario è abbassato, il programma ci informa che nello spettacolo ci sarà l’utilizzo di luci stroboscopiche, fumo e musica ad alto volume, l’eccitazione e l’attesa è al massimo.
All’apertura del sipario veniamo accolti da un grande telo spesso di un bianco opaco sullo sfondo, e da giochi di luce e ombre creati dalla sagoma di una danzatore. L’atmosfera delle luci e della musica, creata, dietro speciale commissione, dal compositore Nitin Sawhney, ci imprigiona immediatamente come in un rito mistico. Il gruppo di danzatori/performer riunito dal coreografo, provenienti da Asia, Europa e Medio Oriente, entrano in scena con i loro vestiti di un bianco sporco, di modello indiano. L’impatto iniziale è fortissimo, con una compattezza e precisione di movimenti gli otto performer iniziano la loro danza rivelando sul corpo e sui capelli una polvere bianca che crea un alone sul palco, come un polverone di forza primordiale che vuole, attraverso i bellissimi movimenti di braccia e i giri vorticosi, scrollarsi di dosso la polvere della quotidianità e incominciare il suo viaggio alla ricerca di Dio e di se stessi.  

L’ora di spettacolo prosegue in questa direzione con questa energia precisa e ineluttabile, la danza si divide tra uno stile tipicamente nord europeo e un misticismo e una qualità di movimenti tipicamente asiatici. I richiami ai dervisci rotanti e alle discipline orientali sono forti, e i performer con la loro meravigliosa qualità di movimento non fanno altro che incarnare alla perfezione la commistione di generi dettata da Akram Khan.
Le luci e la musica fanno il resto, uno spettacolo perfetto, di una bellezza commovente, che alterna momenti forti a momenti più intimi e spirituali. Un viaggio verso una verticalità, che va contro l’orizzontalità imperante della vita di questo nostro secolo. Uno sguardo verso ciò che è alto, puro e bello, verso una spiritualità perduta. Un’aspirazione mistica e poetica.
Alla fine, un tripudio di applausi richiama i danzatori più volte sul palco, perché la sensazione è quella che il tempo sia passato in fretta, nonostante l’ora di spettacolo, perché la sensazione è quella di poterlo vedere e rivedere altre volte ancora.
Di aver viaggiato con loro lo si capisce dalle gambe tremanti all’uscita dalla sala e dai brividi che ancora si percepiscono sulla pelle.

Valeria Loprieno

Letto 12114 volte Ultima modifica il Mercoledì, 16 Febbraio 2011 12:21

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