Mercoledì, 09 Febbraio 2011 12:51

Folklore ma non troppo: Les Slovaks Dance Collective

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[DANZA]

SlovaksROMA- Da qualche anno a Roma il Febbraio dell’Auditorium Parco della Musica riserva uno degli appuntamenti più interessanti della stagione italiana di danza: il Festival Equilibrio che, giunto alla sua VII edizione, è ciò che di più vario, bello e qualitativamente alto abbiamo in Italia.


Una panoramica di indubbio livello artistico e soprattutto di ampio respiro internazionale che offre l’opportunità di far conoscere al mondo della danza romano, certe volte troppo ancorato alla ristretta realtà italiana, quello che, nel resto del mondo, la danza contemporanea sta facendo, la direzione che sta prendendo e soprattutto la qualità a cui si è giunti oltralpe.
Da tre anni la direzione artistica del Festival è stata affidata ad un grande esponente della danza contemporanea, il coreografo-danzatore belga Sidi Larbi Cherkaoui, il quale dalla sua visione privilegiata in Belgio, dove la danza contemporanea è seguita, conosciuta e apprezzata da un pubblico vasto ed eterogeneo, ha stilato un cartellone pregno di eventi interessanti, di stampo molto nord europeo, marcatamente a suo gusto, ma decisamente interessante. Come gli slovacchi, Les leslovaksSlovaks Dance Collective, visti sul palco della Sala Petrassi lo scorso 6 febbraio, un collettivo di cinque giovani danzatori che pur avendo come origini la balcanica Slovacchia, opera e risiede stabilmente a Bruxelles da molti anni. A Roma ritornano dopo due anni per presentare il loro secondo lavoro, Journey Home.

Il primo impatto che si ha entrando in sala è quello di un tappeto in linoleum bianco, sette sedie di legno, un tavolo con dei cappelli e un violino. Una scena molto minimale e anche molto modaiola, soprattutto nella scelta del colore del pavimento. La musica, purtroppo registrata e non dal vivo come da programma, ci introduce subito nell’atmosfera della serata. Una musica tipicamente balcanica, energica e coinvolgente. I nostri cinque entrano in costumi molto colorati, semplici e comodi, quasi da training. Incominciano a presentarsi uno alla volta a loro modo, danzando. E subito si viene colpiti dalla qualità del loro movimento. Fluidi, atletici, perfetti nel lavoro al pavimento, quasi disumani per la facilità con cui compiono i movimenti. Da collettivo, quali sono, si capisce che ognuno di loro ha cucito la sua sequenza sul suo corpo, senza un coreografo che impartisce sequenze dall’esterno. Ognuno di loro è creatore e interprete e, di fondo, si intuisce anche uno studio sul movimento molto articolato. Ma quando incominciano le interazioni tra di loro si vede che questo studio sul movimento non è solo personale, ma anche di gruppo, collettivo appunto. Il loro interplay (passatemi il termine musicale, perché rende al meglio il concetto) danzato è stupefacente, i loro inserti di contact, le loro prese e i pochi pezzi all’unisono sono di un energia e una perfezione travolgente. La fisicità dei cinque così diversi tra loro, è espressa in tutta la sua energia e potenza nei vari soli e ampliata nei momenti di contatto dei corpi. Ma la loro presenza leslovaks1scenica non si esaurisce nella  fisicità, ma anche nella loro intensità di sguardo, nelle loro capacità attoriali e canore, mai didascaliche e banali, che procurano riso ed emozioni.

L’atmosfera balcanica, che regna sovrana in tutta l’ora di performance, ha il suo apice massimo nei momenti in cui si rifanno alla tradizione canora, musicale, e soprattutto danzata della loro terra, come quando con una precisione maniacale e naturale ballano una danza della tradizione slovacca. Un folklore, il loro, mai pesante e non farcito di particolari, bastano due cappelli e delle sedie, poche parole e poche frasi cantate. Il loro viaggio verso casa, veicolato da una danza di chiaro stampo nordeuropeo, va dai primi corsi all’accademia di danza della Slovacchia a Banska Bystrica, passa da Bruxelles, e ritorna a loro stessi, con le loro incancellabili e mai corrose e corruttibili origini.
Unica critica, che solo dopo un po’ dall’estasi estetica ed energetica può balzare alla mente, viene fuori dal confronto con il lavoro precedente. Effettivamente il collettivo è rimasto sempre uguale a se stesso, riproponendo lo stesso modello di performance del precedente Opening Night, ma la bellezza nel vedere Milan Herich, Anton Lachky, Milan Tomasik, Peter Jasko, Martin Kilvady, riesce a farci dimenticare subito questo puntiglio critico.
Il Festival continua fino a fine febbraio con tantissimi appuntamenti interessanti. Andate gente, la vera danza è là, sui palchi dei teatri, non è in televisione, non è nei musical…

Valeria Loprieno

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