Lunedì, 03 Gennaio 2011 00:47

Il Guzzo e lo psycho-lover

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[ARTI VISIVE]

Locandina_mostraROMA- Tutto è smaltato di bianco, nel loft al quinto piano dell’ex Robson-Lusniak Building, a Chicago, nel 2035, tranne il letto nero e rosso di gelatina, e i colossali armadi di legno d’acero, trafugati al Museo dell’Ikea, e pieni di cassetti.

Da una delle poltrone Frau a doppia Z, di quarta generazione, l’”intoccabile” Terence stava dicendo a David, un suo nuovo amico: “Fai pure, accomodati, mi piace che tu sia curioso…” David portò due dita alle labbra, indeciso sul da farsi. L’intoccabile lo esortò ancora: “Ti consiglio di provare il terzo a sinistra”. David non voleva dare l’impressione di essere troppo influenzabile, così invece aprì per primo il cassetto più alto, a destra. Era poco più di un vassoio. Dentro ci trovò un pezzo di un vecchio aspirapolvere, un mouse sporco, a due tasti e con una rondella gialla in mezzo, e soprattutto un dito mozzo, ben conservato. Restò immobile per due secondi, poi si voltò verso il suo ospite, che aveva un sorrisetto di cortesia sulla sua faccia scialba, ma dalla mascella rigida. Aprì il secondo cassetto: vuoto. Il terzo, più profondo, conteneva tre pennarelli senza il cappuccio, il plettro d’una chitarra, ed un dito mozzo, bianchissimo, e con l’unghia sporca. Il quarto cassetto ospitava la copia piegata dall’umidità, e poi fatta riasciugare, di una corposa rivista porno di terz’ordine, ed un dito mozzo, giallognolo. Nel quinto, che aprì con le mani tremanti e ansimando, c’era… un dito mozzo, che aveva preso un colore verdastro in più parti, ed aveva una fede ancora infilata. L’intoccabile Terence qui commentò: “Quello è un ricordo del 2010; bella mostra!”.
Al Circolo degli Artisti, il 12 dicembre 2010, a partire dalle ore 19:00 si è potuto osservare come un giovane artista italiano, il Guzzo, appena gli viene offerta la possibilità di partecipare ad una collettiva dedicata al cibo, quale quella organizzata da Wi-Fi Art e sponsorizzata da Slow Food, non pensa subito ai muffin o alle pepite di pollo del McDonald’s, né tantomeno alla pajata, ma piuttosto ad altri languori della pancia, che sono quelli legati all’ansia di divorare un proprio simile, scelto con cura tra tutti le amanti (gli amanti?) possibili e però diventato frollo nelle carni dopo la lunga esposizione alle correnti telepatiche, sessuali ed epatiche del desiderio, che come molti di voi sapranno, a volte fa male al fegato, perché “dalli e dalli, se scassano pure li metalli!..”.
Va bene che può rappresentare uno sfogo “farlo” finché non fa male, ma poi, se l’altra (l’altro?) o non digerisce o se i lividi non si riassorbono, nell’anima, si sviluppano scazzi a lunga conservazione capaci di trasformare anche la testa supposta stabile di un “giovane professionista rampante di bell’aspetto”, come scrive Marco di Nardo nell’introduzione letteraria ad “Italian Psycho”, progetto individuale di Antonio Guzzardo, il cui riferimento è all’ American Psycho di Bret Easton Ellis, del 1991, poi tradotto in pellicola nel 2000 da Mary Herron. Marco Di Nardo, valutata la frenesia materialista dello “schizzato” di alto profilo, la sua ricerca del “consumo vistoso” (secondo la nota definizione del sociologo Veblen), il disprezzo verso chi non s’allinea col conformismo di lusso dei favolosi Eighties, e soprattutto, il versante inquieto, maniacale, ossessivo di questo “campione” di rabbia fredda e gratuita, volge gli elementi d’analisi in una ricetta artistico-letteraria che di solito smuove gli appetiti di un pubblico avido di cronache e fiction torbide, e che il Guzzo rivisita abilmente in termini di immagini ricontestualizzate nella realtà italiana, e cucite tuttavia addosso ad un individuo che fa di tutto per sprovincializzarsi e uniformarsi all’idea astratta e asettica del professionista anche nel tinello di casa, soprattutto indossando la sua “uniforme”, appunto, camicia bianca, cravattino, pantaloni neri a piombo, eccetera.
Di notte tuttavia, le sue psycho- dissonanze esplodono, la ricetta dà luogo ad un pasticcio di carne torturata, ma con il metodo raziocinante ed anche un po’ squallido, di un forno a microonde, molto “internazionale”.

Sesso, trasgressione e droga si sfogano su vittime casuali oppure su individui selezionati per prossimità fisica ed emotiva? O ancora su soggetti dal profilo, invece, in netto contrasto con quello del giovane omicida? Il Guzzo sembra propendere per la seconda ipotesi, mettendo sarcasticamente in relazione la metodicità del processo criminale non tanto con la routine quotidiana nell’ ambiente di lavoro, con le sue invidie, le sue vanterìe, i suoi snobismi, ma piuttosto con il ruminìo pseudo-sentimentale di relazioni vissute nei ritagli di tempo, nella nevrosi bipolare tra pretese di esclusività e afflati libertari, in una coppia che è l’equivalente mentale di quella palestra “in” di Manhattan in cui l’annoiato mostro va ad esercitare i muscoli, quel suo lato fisico che soffre dietro la maschera inespressiva al servizio del profitto. La sequenza di nove scatti con cui Guzzardo visualizza il delirio orrido del giovane dalla doppia vita è ben equilibrata, tra minimalismo profanato da chiazze di sangue sulla camicia, abbandoni geometrizzati (sul disegno verde del pavimento) nello sforzo di mantenere l’ordine tra pensieri schizoidi, la corporeità animale dell’atto del divorare, specchiato in uno sguardo che invece è da esecutore di gesti meccanici, il gusto per il dettaglio pulp rivelatore (il dito mozzo con la fede al dito, che spinge ad immaginare un divorzio consumato a morsi, solo un po’ più doloroso del solito), il citazionismo nel citazionismo (la rivista sfogliata dal pazzoide Patrick Bateman ha in cortina un primissimo piano di Batman – notare l’assonanza –  interpretato dallo stesso attore protagonista di “American Psycho”, Christian Bale), e infine l’ironia con cui viene presentato sfigurato anche il solitario rito del pasto serale nella cucina deserta e disadorna, con la sedia in formica verde e solo il dito mozzo nel piatto. Né è stata rintracciata, in alcuna delle immagini in questione, l’arma fotografica con cui sono state sezionate le identità e “aperto” il diaframma.

Ambiguità. Ambizione. Ambivalenza. Colletti bianchi e denti rossi. Lame e doppiopetto. Sangue e amarene”. In (tardo) clima artistico post-moderno, non tutti tra questi sono dualismi inconciliabili per un individuo sano, appena screziato da una sana bizzarria come il Guzzo, talentuoso artista eppure dai modi caratterizzati da un amabile understatement: già questa è un’ambiguità che alcuni marpioni della ribalta artistica potrebbero rimproverargli, ma le ambivalenze calcolate non finisconmo qui, infatti il modello impiegato per la serie fotografica è in effetti un giovane rampante ma al tempo stesso “irregolare”, perché artista impegnato nel Visual Design, Francesco Mascia, che ha trovato in sé la giusta fissità assorta mentre mangia i resti non di un ca-davere, ma presumibilmente di un pollo, non certo di un “pollo”, una facile preda, una (un?) ex amante che “gli faceva sangue” e/o a cui piaceva il succo di amarene, o il vino rosso per nascondere le tracce del “ma-cello” domestico. No, queste che noi osserviamo con complicità sono ambiguità che fanno la cronaca cru-da… del farsi di un’opera d’arte!, questa è un’ambizione controllata che va coltivata dando tutto se stessi nella ricerca di un Dioniso estetico, fino a finire magari prostrati sul pavimento a piastrelle vintage della cu-cina, ma non come un serial killer dall’identità multipla, piuttosto come dopo aver mangiato un intero ab-bacchio sacrificale ben cotto, occupazione culinario- romanesca simbolicamente affine al cannibalismo antropologico- culturale che porta gli artisti più inquieti a cibarsi di diversi spunti ed influenze per creare.  E se l’incrociarsi di lame dei coltelli da cucina e delle bretelle da grafico editoriale sono solo la lettura metaco-municativa innocua di un set fotografico dedicato alla disordinata fame di affettività di un personaggio apo-tropaico, il gioco di specchi vale però a far emergere la distanza tra il bene e il male, tra l’artista che unisce forma provocatoria e “discorso” etico di denuncia, e appunto l’icona negativa di un mondo derealizzato in cui sono i soldi virtuali ad essere un flusso reale, non la carne e il sangue di gente in carne e ossa che soffre, e reali sono gli orrori che talvolta  rendono possibile quel mondo fatuo o si consumano all’ombra di quelle finanze.

Il Guzzo, diplomato all’Accademia (corso quadriennale) con tanto di Laurea Specialistica, con “un pizzico di feticismo” ha messo stavolta un po’ di deep red nel suo gusto per la fotografia, maturato durante i corsi del prof. Attardi e poi implementato lavorando e lavorando, con accanimento cannibalico nei confronti del mezzo, così come ha fatto anche con la pittura, circostanza che gli è valsa le finali al concorso MArteLive, una mostra precedente al Circolo degli Artisti e la partecipazione alla interessantissima collettiva sul tema dei “22 tarocchi” alla Galleria La Boite di Roma. In quest’ultima mostra rivela la capacità di avventurarsi nelle radici psico-sociologiche del post-moderno rinunciando però al narcisismo con cui gli artisti di questa estrazione tendono a mettere in gioco la loro stessa immagine (pensiamo a Cindy Sherman): ricorrendo ad un modello, il Guzzo sembra voler affermare che dovrebbe esservi un limite alla plasticità delle superfici, delle apparenze e delle identità, ed anche l’autoreferenzialità non è poi questo must irrinunciabile.
Ed è così, però, di esposizione in esposizione, e da un’esperienza creativa all’altra, che un progetto si consuma e viene divorato, un modello si lascia smozzicare da un’obiettivo prima di tornare al suo diverso lavoro creativo, gli atelier e le gallerie vedono consumarsi grandi bouffes di deliri artistici, finchè quell’uomo che si logora in percorsi originali lascia il segno, viene poi a sua volta vampirizzato da tutte queste (questi?) amanti dell’Arte, ci lascia il dito, e questo viene raccolto, come un piccolo scomodo testimone di un’altra vita, di un altro romanzo, o di un altro film (pare che il calco di dito utilizzato da Guzzardo era già stato utilizzato dall’ artista in un suo filmato di qualche anno fa), conservato e poi mostrato da un poco raccomandabile “amatore” di “pezzi” da collezione, ad un ospite falso innocente… Questi potrebbe in effetti essere in realtà un gallerista e cultore di fotografia nelle varianti storiche della dagherrotipia o della rayografia, magari, il cui dito, aduso a sfogliare solo con freddezza e sufficienza slide touchscreen, finirà in quel cassetto rimasto vuoto a simboleggiare la sua volontà di puntare quel dito contro il “gioco di superfici” di cui  un certo mercato si pasce, ovvero i suoi rimbalzi tra repertori mediatici preesistenti, un po’ come mettere il dito tra moglie e marito, ovvero includere a pari titolo, in tale gioco schizoide, la vita e l’ispirazione spontanea di un artista, e sua moglie, cioè la sua opera, che spesso è solo un’altra sciarada in cui l’effetto domino del collezionista necrofilo dal senso estetico “distaccato” dalla morale comune è un mosaico paragnosta e divertito.

Il7 – Marco Settembre

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