Mercoledì, 28 Luglio 2010 17:37

Un vulcano a Perugia: Sonny Rollins all'Umbria Jazz

Scritto da Emiliana Pistillo
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[MUSICA]

2010-07-27_215532PERUGIA- Il caldo intenso della settima giornata dell’Umbria Jazz  2010, 34a edizione, si sente ancora sulle scalinate affollatissime. Nei posti sotto al palco di meno, ma i fotografi che dibattono per il miglior scatto non sembrano meno provati. Nell’Arena Santa Giuliana si aspetta l’entrata di Sonny Rollins con gli occhi attaccati al palco, ai maxischermi, al sipario.

Quando poi si alza si comincia senza mezzi termini. Un po’ com’è lui, il Saxophone Colossus del jazz mondiale. Aggressivo, combattivo, senza parole lascia che sia la sua Selmer a dare il benvenuto.
Un attimo di respiro dopo “soli” 15 minuti di assolo, ma è solo l’inizio. Sulla soglia degli 80 anni, nella prima delle due apparizioni italiane per il 2010, Sonny Rollins cammina a fatica e ha un look diverso: i suoi capelli sono più lunghi, più crespi, anche la sua band è quasi del tutto rinnovata (a parte Melbourne Robert Cranshaw al basso). A non cambiare è l’arte del maestro che, dietro i suoi occhiali scuri, sul palco coordina, si insinua, rincorre e si fa rincorrere. Balla, con le mani, con il suo sax tenore e con un corpo che di jazz ne ha incalzato fin troppo negli oltre 60 anni di carriera. Di spazio per le parole ne lascia davvero poco. Corpo e musica: lascia che siano loro a scherzare e comunicare con il pubblico.
Prende parola solo al terzo pezzo, dopo aver dato un assaggio della grinta evergreen ed aver P1060225scatenato la platea. Giusto il tempo di presentare la band e preparare il pubblico ad una scatenata, jungle e tribale, “Global Warming”. Inarrestabile. Non ci sono pause, non c’è tempo da perdere. Ma c’è la sua calypso music, c’è spazio per gli assoli di Peter Bernstein (chitarra) e Sammy Fugueroa (percussioni). Sonny li interrompe usando il suo sax tenore, a modo suo, come fosse la bacchetta di un direttore di orchestra. Per concentrare di nuovo tutta l’attenzione su di sé. Regala al pubblico una versione provocante e spensierata di “Someday I’ll find you”, in cui allestisce una straordinaria, lunga, catena di botta-e-risposta tra sax e batteria, portate poi all’estremo dallo splendido assolo drum di Kobie Watkins. Si ripercorrono i classici del suo repertorio, reinterpretati, estesi da divagazioni e metafore. Scorrono, così, ballate bepop come “I’m still looking for you”, nemmeno il tempo di applaudire e spunta fuori “St. Thomas” con il suo vortice di vitalità ed energia. Diventa impossibile vedere mani e piedi fermi. La carica di Sonny riesce a contagiare tutti. E poi “The Everywhere Calypso”, “In a Sentimental Mood”, “Don’t Stop the Carnival”…

Due ore e mezzo di un Sonny Rollins incontenibile come un vulcano. Senza soste, senza sedersi un attimo, senza sentire il caldo perugino. Come se il suo sax fosse un magico marchingegno che alleggerisce ogni anno: non importa se il 7 settembre saranno 80, tanto il magico oggetto li fa sembrare meno della metà!
Il pubblico non dimentica di ringraziare: molti dei quasi 4mila spettatori gli ultimi minuti sono sotto il palco ad applaudire il Colosso, l’ultimo jazz man di una generazione che il jazz l’ha inventato, modellato e divulgato. Poi un motivetto scherzoso, un “Arrivederci” e la magia finisce. Fa anche più fresco, ora…

Emiliana Pistillo

Letto 6712 volte Ultima modifica il Giovedì, 29 Luglio 2010 09:56
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