Martedì, 13 Luglio 2010 12:27

Roma incontra il Mondo: Devendra Banhart, Margherita Hack & Ginevra di Marco, Nobraino

Scritto da Salvatore Insana, Paola Zuccalà, Saverio Caruso
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[MUSICA]

Roma_incontra_il_mondoROMA- Terzo appuntamento con i concerti di Villa Ada: Devendra Banhart, Margherita Hack e l'eclettica Ginevra Di Marco, e una sostituzione dell'ultima ora con i mitici Nobraino.

 


Devendra Banhart

devendra_banhart_2308bNon sembrava potesse trattarsi proprio di lui, quando è salito sul palco sbarbato e ben composto come un educato giovane glamour con chitarra acustica a tracolla. Eppure si trattava proprio di un Devendra Banhart sotto inedita veste, ripulito della sua maschera da mistico fascinoso clochard e nuovamente a Roma alcuni mesi dopo il concerto all'Auditorium, questa volta come primizia prelibata servita al numeroso pubblico dell'arena estiva di Villa Ada in data 19 giugno.
Concentrato di dolcezza e di perdizione a bassa fedeltà, capace di sonorità dalle stralunate frequenze e di un canto che con disinvoltura vira dalla lingua inglese a quella spagnola e viceversa (nato in Texas e trasferitosi nell'infanzia in Venezuela, per tornare poi a vivere in California, girando gli States con la chitarra) Devendra è la rilassatezza in forma canzone, l'interprete di un folk a tratti incantatore e in altri momenti dalle risonanze lisergiche, quelle di chi ha per saggiato le potenzialità visionarie della vita nomade.

Ma sotto un cielo gravido d'energie estive e in compagnia dei The Grogs, la band guidata da Noah Georgenson (l'amico e produttore che ormai quasi un decennio fa contribuì alla scoperta del fenomeno Devendra, prodotto all'esordio dalla Young God di Michael Gira) e che da tempo è al seguito dei live del songwriters - curando anche gli arrangiamenti dell'ultimo album  What will we be (2009) - quel che Roma ha ammirato è piuttosto un cantante trasformatesi repentinamente, causa o merito del contesto ben poco intimo, in leader di una affiatata rock band incline a farsi trascinare dal largo pubblico dell'arena da concerto, alternando “classici” estratti dai primi album con brani del già citato ultimo lavoro.
E poi verso una sfrenata festa dionisiaca, la pioggia a cadere proprio durante il bis, tutti a rifugiarsi incantati o sorpresi sotto gli striminziti tendoni del parco-villaggio, là dove la luce riflessa nel laghetto bucava l'acqua con le gocce di una inedita perfetta mezzanotte.

Salvatore Insana



Un riflessivo viaggio tra scienza e musica

0Ci sono eventi che mostrano la loro unicità durante il percorso, alcuni già dal nome. E' il 2 luglio, a Villa Ada Margherita Hack incontra la gente accompagnata da un gruppo di musicisti fiorentini guidati dalla  soave e intensa voce di Ginevra di Marco.
L'atmosfera di quiete e pace accompagna il cammino verso il palco. Un palco semplice e spoglio, con pochi strumenti, un orologio in cima ad una torre e una poltrona in legno tra due alberi spogli per mostrare il disegno dei propri rami, a mostrare lo scheletro della propria esistenza. Nella semplicità la verità.
Seduti, assaporando la freschezza, le luci soffuse e il piccolo lago di Villa Ada parte l'avventura con “In viaggio”, canzone dei CSI, eseguita con un pianoforte essenziale e la leggera voce di Ginevra di Marco, che traghetta “i viandanti” in questo particolare itinerario.
Dopo l'esecuzione di “Amara terra mia”, di Modugno, un vortice di malinconia a ritmo di valzer. “Addio, addio, io vado via amata terra mia”, la musica si ferma e le luci, che illuminano la poltrona, si accendono. Il palco spento, una luce ed una voce: Margherita Hack inizia a parlare, e lo fa parlando dell'emigrazione, di un passato di italiani emigranti, maltrattati e disprezzati, derisi ed emarginati, dei loro figli diventati celebri in terra straniera (N.d.R. Rocco Petrone, origini lucane, terzo direttore della NASA, Nancy Pelosi prima donna portavoce della Casa Bianca) e di come oggi tutto si sia capovolto, di come  ”il mediterraneo è diventato una grande tomba” di immigrati che cercato di raggiungere “l'America” che per loro è l'Italia, dove “i centri di accoglienza sono come dei lager”.

Gli applausi sembrano non finire a sottolineare come la perdita della memoria storica stia portando il nostro paese verso il razzismo più spietato e duro. Un passato dimenticato e un presente da molti odiato.
La musica riparte più forte di prima e con ritmi folk e a tempo di marcia, la gente e la stessa Margherita Huck tengono il tempo ascoltando canzoni che parlano di povertà, di debiti e di sofferenza.
Si parlerà dei contadini che lasciano la terra per lavorare in città, per diventare operai con grandi sacrifici, per essere gli operai di Pomigliano. Si parlerà del progresso, della “cultura che è alla base dell'innovazione”, dell'importanza della “ricerca pura per la curiosità”, quella ricerca così ripudiata dall'Italia, “si fa tanto per formare i ricercatori in Italia e poi non gli si permette di dare il loro contributo costringendoli ad andare fuori dal loro paese”.
Il silenzio e poi “Fel sciara can bent masci” di Silvestro Torrisi, una canzone dalle sonorità e ginevra-di-marco-16atmosfere orientali, una canzone in Esperanto, la lingua che avrebbe voluto unire tutto il mediterraneo, un mediterraneo mai come oggi diviso e portatore di chiusura, di diversità che non comunicano ma si combattono gli uni con gli altri in una situazione in cui “ i piccoli paesi si azzuffano tra loro mentre i grandi stanno a guardare, perchè hanno paura di una guerra nucleare”.
Ma poi arriva la musica che ha la potenza di tradurre i messaggi con energia e trasporto, di far uscire la rabbia emozionando, ed è la volta di “Malarazza” di Modugno in cui sarà difficile non immaginare Margherità Hack come capo dei ribelli che in piedi, a fatica, brandisce al vento e cantando a squarcia gola “Ti lamenti.. ma che ti lamenti?/Pigghia lu bastuni e tira fora li denti “.
La ribellione dal “padrone dell'azienda Italia” e la situazione Italiana vengono descritte lucidamente, un Italia dove bisogna rubare per essere al comando, un’Italia in cui è diventato inevitabile prendere il bastone e combattere per il cambiamento.

“Le figliole”, “la malcontena”, la difficoltà di essere donna oggi e le vittorie della parità (N.d.R. Samanthe Cristoforetti prima donna italiana a far parte della squadra spaziale europea) prima dell'imminente fine.
E' la volta di “Montesole”, poetica e riflessiva composizione dei PGR, “canto la morte che muore...canto la vita che piange”. Le note degli strumenti, magistralmente e nell'essenzialità, ricamano e avvolgono la voce di Ginevra di Marco che diventa aria, luce, acqua e sembra fondersi con il respiro e i battiti dei presenti. Ad occhi chiusi “l'amore non cantarlo che si invoca da sè”. Il viaggio termina con una canzone dedicata all'ispirata e “lucidamente mai demoralizzata” e pronta alla lotta per la giustizia, Margherita Hack, “Come bambino”.
La scienza incontra la musica, il pensiero incontra la poesia. Due donne, due linguaggi diversi per lo stesso messaggio. Un incontro per descrivere la realtà, i sentimenti, le paure e le speranze. Un evento unico per un momento di difficoltà, un momento per riflettere, sentirsi uniti e lottare, un momento per ricominciare a reagire, a vivere da protagonisti per non morire.
Evitare i fondamentalismi sia degli aetei che dei credenti: sono idee personali, ognuno deve credere come si sente, senza bandire un crocifisso come una spada”.

Paola Zuccalà



Di speciale c’è il teatro

nobraino1-772121Era passato troppo tempo dall’ultima volta che avevo scritto per davvero, intendo con carta e penna. La contemporaneità ci obbliga al digitale, ma forse è anche la realtà che non ci da abbastanza stimoli per poter affrontare una delle cose più difficili ma anche più piacevoli che l’essere umano abbia mai concepito: la scrittura.
Il ritorno al passato mi è stato regalato da un concerto, che si è tenuto lunedì 5 luglio 2010 presso il laghetto di Villa Ada. Ad esibirsi, per una triste e spiacevole coincidenza, sono stati i Nobraino, band romagnola tra le più apprezzate del panorama cantautoriale italiano.
Lo spettacolo non era dei più semplici: subentrare al posto di Niccolò Fabi colpito da una dolorosa vicenda familiare. Alle 22.53 il generale Lorenzo Ciavatta in arte "Kruger" occupa il palco con la classica livrea delle ricorrenze importanti: gilet nero adagiato su camicia bianca con calzoncini corti. Dopo un rispettoso e amichevole saluto al cantautore romano, la chitarra di Nestor Fabbri invade con stile il pubblico, dipinto dalla voce di “Grand Hotel”, prima traccia contenuta nel piccolo capolavoro No Usa! No UK!.

La magica bellezza di questa band è racchiusa nella loro inconsapevolezza. Il gioco dell’arte è una fatale miscela di semplicità, eternità, eccessi e casualità. Ebbene i ragazzi romagnoli sintetizzano a ragion veduta tutti questi attributi. Il pavimento sonoro viene calpestato da un linguaggio voluttuoso e teatrale capace di trasmettere felicità ad un pubblico che si sente sempre più solo, smarrito, nei viali della musica plastificata. In molte occasioni il frontman scende tra la gente, porgendo con infantile creatività le favole racchiuse nelle lacrime dei brani.
Non vengo più ad ascoltare i Nobraino, li ho scoperti anni fa a Pesaro…li erano molto famosi, e devo dire che non mi dispiacevano affatto. Ma adesso suonano troppo spesso e ai loro concerti ci sono troppe persone!” Così una mia amica, il giorno dopo il concerto, rispose alla domanda sul perché non fosse venuta al concerto di Villa Ada. Devo dire che non aveva tutti i torti e, forse, aveva ragione. Ma il tutto mi riempiva di gioia perché questi ragazzi meritano il maggior numero possibile di esibizioni e perché no, anche una notevole massificazione (in senso positivo) del loro prodotto artistico.

Ululati da scalatori di alberi, bagni di folla cantati sulle sedie, salti da giocatore di pallacanestro, lampade impiegate come Bolas, occhiali da sole usati come bende protettive dai riflettori, la tromba di Barbatosta usata come romantica congiunzione con la gioventù: questo è accaduto. Lo smarrimento ha dipinto i sensi, che più volte hanno chiesto dove si trovassero. Il tutto è stato disegnato da un scaletta ripresa per la maggior parte dal nuovo album: “Narcisisti misti”, “La giacca di Ernesto”, “Titti di più”, “Succhiami il cuore”, “La signora guarda il Mar”. Ma un ruolo rilevante lo hanno avuto anche le vecchie composizioni (“Le tre Sorelle”, “Bifolco”, “Piena gioventù”, “I Signori della Corte” in primis) e le cover quali: “Via con me” di Paolo Conte, “La ballata dell’amore cieco” di De Andrè e la reinterpretazione de “L’italiano” di Toto Cutugno.
In tutto quasi 2 ore di varietà genuino e folle, condito dalla proteina della crescita nota con il nome di Giorgio Canali, non presente fisicamente, ma gocciolante nell’atmosfera bagnata del laghetto di Villa Ada. Un ensemble da considerare parte di quel famoso “Paese Reale” di agnelliana memoria, sempre in grado di stupire e di far pensare, anche quando decanta l’amore.

Saverio Caruso

 

Letto 8907 volte Ultima modifica il Martedì, 31 Agosto 2010 08:30
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