Martedì, 20 Luglio 2010 00:47

Babel (Words): quando le parole non servono

Scritto da Valeria Loprieno
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[DANZA]
BabelTIVOLI- L’ultimo appuntamento con la danza del Festival Internazionale di Villa Adriana non poteva che ospitare il coreografo più amato e apprezzato degli ultimi tempi, il belga Sidi Larbi Cherkaoui, già consulente per la danza dell’Auditorium e Direttore Artistico del Premio Equilibrio.


A Tivoli ha presentato in prima italiana l’ultimo lavoro creato a quattro mani con il coreografo franco-belga Damien Jalet, un sodalizio artistico che dura dal tempo dei Le Ballets C. de la B. e che ha prodotto sempre ottimi risultati.
Babel (Words)
prende le mosse dall’episodio biblico della Genesi della Torre di Babele:
Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la babel1città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.” (dalla Bibbia, libro della Genesi 11, 1-9).

La Babele dei coreografi Sidi Larbi Cherkaoui e Damian Jalet è un microcosmo di 18 interpreti (13 performer danza-attori e 5 musicisti) provenienti da 13 paesi diversi, che parlano 15 lingue diverse, affiancati, dentro la scatola del palcoscenico, dalle enormi strutture tridimensionali dell’ artista visivo Antony Gormley. Un microcosmo in cui si confondono voci, gesti, parole e suoni, in cui ognuno rivendica la superiorità della propria lingua. Il linguaggio fisico e verbale viene dissezionato in ogni sua componente, da primitivo a cibernetico, da linguaggio d’amore a linguaggio di guerra, da gesto a danza, da suono a parola.

Un ruolo importante assume lo spazio, con le sue strutture che imprigionano, che uniscono, che babel2creano alternative e possibilità, ma anche costrizioni e limitazioni. I performer cambiano, quasi in maniera ossessiva, lo spazio, le barriere architettoniche, come fossero barriere culturali da abbattere, trasformare e rendere comuni, uniche.
Il tutto condito con sapiente ironia, in cui non mancano frecciatine alle tradizioni religiose, ai goffi tentativi di unione dei moderni social network quali facebook e twitter, al predominante ruolo assunto dalla lingua della regina Elisabetta e del presidente Obama.
Una performance che ostinandosi a sottolineare le differenze culturali, religiose e linguistiche, non fa altro che livellarle, attraverso il gesto. E si sa, la danza e la musica come poche hanno bisogno di essere spiegate. Uno spettacolo sulle parole, in cui le parole, però, non servono!

Valeria Loprieno

Letto 4255 volte Ultima modifica il Martedì, 20 Luglio 2010 00:53
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