Martedì, 25 Gennaio 2011 17:52

Sguardi S-Velati

Scritto da Francesca Paolini, Manuela Tiberi, Angelo Passaro, Francesca Paolini
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[TEATRO]

Copertina_sguardisvelatiROMA- Sono previste ben sette settimane di spettacoli al Teatro Due Roma per la rassegna giovani Sguardi svelati – punti di vista al femminile. Dall’11 gennaio fino al 27 febbraio la rassegna porta in scena punti di vista femminili sul mondo, sulla storia e su sentimenti universali. La femminilità, insomma, è il prisma adottato per analizzare, scomponendola, la realtà. Per uno sguardo probabilmente diverso da quello maschile ufficiale e abituale.


Gli occhi al cielo per svelare gli sguardi


thumbnailerDall’11 al 13 gennaio ad aprire la scena della rassegna è stato il turno del toccante Occhi al cielo di Massimo Vincenzi, interpretato da Francesca Bianco, musiche curate da Francesco Verdinelli con la regia di Carlo Emilio Lerici.
Un  denso monologo a due voci che viaggiano parallele, lontane nel tempo e nello spazio, ma strette in un assurdo dolore. Due donne: una vive a Kokura, Giappone nel 1945; l’altra a New York, USA, nel 2001. Sono entrambe testimoni e vittime della storia che si abbatte fatalmente sulle loro vite.
1945, la guerra apparentemente lontana aleggia nel cielo della cittadina giapponese in cui tutto, però, continua a fluire in una vita surreale. “Mi sembra di vivere in un acquario” afferma la voce sofferente che piange il suo racconto. Tutto deve continuare nonostante la minaccia, nonostante i mariti dispersi e l’unico appiglio per non restare schiacciati dalla finzione è la mano di un figlio da portare a scuola.
Dall’altra parte del mondo e del tempo, un’altra donna e un altro figlio. Un’apparenza di serenità  accompagna la solita mattinata fatta di traffico nervoso per raggiungere la città, la scuola e il lavoro in alto, in quel grattacielo che erano le Twin Tower. Questa donna è dinamica, ancora giovane, ironica. Ma, in fondo agli aggettivi è malcelata la paura della solitudine e del tempo, che per una quarantenne sembra correre a troppa velocità verso la vecchiaia.
Le donne attendono nella parola protraendo la vita, mentre gli uomini decidono il tempo e le tragedie.
Nella cittadina Giapponese di Kokura gli americani avrebbero dovuto sganciare la bomba atomica, che solo per un fortuito caso di maltempo si abbattè invece sulla vicina Nagasaki, senza comunque lasciare scampo.

La tragedia appare lenta nel cielo di Kokura come un ronzio imminente, forse  un temporale e niente più. La speranza e la realtà convivono solo per pochi istanti, esasperate dall’audio originale dei colloqui tra i piloti americani, che decidono di cambiare piano e aprire il passaggio all’era nucleare in un’altra destinazione.
Anche la donna della nostra tragedia epocale si aggrappa con un sorriso disperato alla speranza del suo bambino, mentre va ad incontrare la morte qualche piano più in alto di quello in cui si va a schiantare il volo 11 dell’American Airlines. Anche qui i ascoltiamo le voci dei controllori di volo che perdono di vista l’aereo impietriti, e parallelamente un’ultima telefonata alla baby sitter, per farle dire al figlio che sua madre lo ama sopra ogni cosa. Sono le nove del mattino di un giorno che non si fa dimenticare.
Francesca Bianco è magistrale nel passare da un’emozione all’altra, dando ad entrambe le voci la stessa intensità, seppure tra loro molto diverse. Al termine, il silenzio in sala tradisce la commozione di tutti  e ritroviamo nelle tragedie universali una sentita e condivisa umanità.

Francesca Paolini



Tutto Precario

tutto-precario-fronte_teatro-2Dal 14 al 16 gennaio, al Teatro Due a Roma, è andato in scena il monologo Tutto precario. Lungo poco più di una manciata di minuti (20 forse), lo spettacolo, interpretato da un’ispirata Giada Fradeani, racconta la storia di Sara, una  lavoratrice a progetto come tante, laureata, con figlio a carico e costretta a mostrare un sorriso a 34 denti per otto ore al giorno nella reception di una multinazionale. Una donna come tante che rappresenta con i suoi tormenti ed un sarcasmo caustico e drammatico la rabbia di un’intera generazione fin troppo referenziata, fra master, specializzazioni e phd, che però stenta a trovare una collocazione naturale nel mondo lavorativo e non. Eh sì, l’essere non risolti lavorativamente condiziona anche il resto, rendendo l’esistenza ineluttabilmente flessibile e priva di qualsiasi certezza. E se il grottesco valzer dei curricula si risolve, nella migliore delle ipotesi, in uno stage non retribuito a cui ne seguiranno altri, sempre all’insegna delle Great Expectations ormai poco dickensiane, a coloro che resistono a questo giro di vite non resta che chiedersi dov’è lo sbaglio: troppe o poche esperienze e magari poco focalizzate? O forse una lettera di presentazione non tanto incisiva da spingere il responsabile delle risorse umane a cliccare sul fatidico “scarica l’allegato”, anticamera dell’unica chance di emergere dalla zona d’ombra?

E se c’è sempre un marketer di turno che chiede, senza averlo provato sulla propria pelle, di avere “una marcia in più”, di essere fiduciosi e di dare il massimo all’azienda, quali speranze restano a questi giovani, carini e mal occupati, fedeli soldatini di un sistema malato? Lo spettacolo in tal senso non dà grandi speranze e l’epilogo, amaro come pochi, lascia lo spettatore con tanti interrogativi aperti e la sensazione di essere tristemente parte di questo teatro dell’assurdo. Non quello in scena, chiaro, ma quello che day by day ci rende orgogliosamente flessibili come canne di bambù in balia della tramontana. Il testo, scritto e diretto da Noemi Serracini, ha vinto il premio Donna Mostra Donna 2006 e l’edizione MArteLive del 2007 e nonostante gli anni dalla prima messa in scena risulta ancora tristemente attuale. Giusto un piccolo appunto: forse rispetto al testo originario si potrebbe osare di più ed andare oltre a qualche clichè di cui risente lo spettacolo, nella recitazione come nei dialoghi, cercando magari nuove chiavi di lettura più originali.

Angelo Passero

 


 

Lipstick

lipstick_358x528Dicevano i latini Semel in anno licet insanire (una volta l'anno è lecito impazzire) e quella volta può essere determinante se, come nel caso di Bianca, l’incontro fortuito con una truccatrice di nome Elena la metterà in discussione per la prima volta nella vita.  Nel giorno più importante per una donna (ma sarà vero, ancora?) la protagonista lì lì per dar inizio ad una cerimonia di cui non ha potuto scegliere nemmeno il colore dei tovaglioli comprende, dopo poche passate di rossetto e un dialogo a cuore aperto, quanto si sia lasciata trascinare nelle proprie scelte da una madre padrona e dall’etichetta delle convenzioni sociali. Troppo tardi per impazzire? Forse no, se un bacio saffico con la truccatrice confidente la porterà a cambiare strada, o meglio imboccarne due alternative.

In uno schema che ricorda molto da vicino l’effetto Sliding doors (ricordate il celebre film con Gwyneth Paltrow?) la protagonista sperimenterà oniricamente prima una vita da mogliettina frustrata, a cui vorrebbero infliggere anche la colf non necessaria e i vestiti più “adatti” per le cene, poi una relazione osteggiata da amici e famiglia con Elena. Al risveglio la giovane donna capirà, non con poca sofferenza, cosa le riserverà il futuro. Questa la trama di Lipstick – Commedia in tre strati più epilogo, scritta e diretta da Carlotta Corradi, terzo spettacolo andato in scena al Teatro Due di Roma nell’ambito della rassegna Sguardi s-Velati, con la recitazione brillante di Elisa Alessandro, Clauda Mei Pastorelli e la vulcanica Paola Sambo.
Una storia tutta al femminile che mostra una metamorfosi difficile quanto ineluttabile: il taglio, seppur ritardato di qualche decennio, della protagonista dal cordone ombelicale dell’ingombrante madre, che poi rappresenta l’emanciparsi più generale della donna da tutto ciò che non le consentiva di esprimere liberamente se stessa. Divertente la sovrapposizione dei ruoli e dei personaggi che, unita al buon ritmo e ad alcuni momenti dance, ricordano atmosfere almodovariane anche se alla lontana.

Angelo Passero



Donna Bomba, la tragica storia di chi non ha futuro

donna_bomba_-_chiara_tomarelliTic Tac Tic Tac, mancano 12 minuti e 36 secondi allo scoppio della bomba. Tic Tac Tic Tac, il tempo scorre velocemente. Tic Tac Tic Tac. Si apre così il lungo monologo di Chiara Tomarelli (vincitrice dell’edizione MArteLive 2009) nella veste di una donna suicida, di quelle che ogni tanto sentiamo alla televisione che, vuoi per religione o per coercizione, si fanno esplodere nei mercati, nelle piazze, gettando morte e panico intorno a loro. Cosa può pensare quella donna nei minuti che mancano alla morte che porterà il suo corpo in frantumi e il suo nome alla gogna o forse alle lodi.
Cosa farei io se avessi davanti solo 12 minuti di vita?” - è quello che si chiede l'attrice - “Probabilmente farei tutto ciò che non ho mai fatto, chiamerei tutte le persone a cui voglio bene, correrei fino alla fine del mondo per vedere tutto quello che ancora non ho visto”. E cosa si chiede una donna con una bomba indosso nei suoi minuti prima della fine di tutto?
Nei panni della kamikaze, dell'autrice e di se stessa, l'attrice porta in scena il dramma visto da tre punti diversi, senza cercare risposte, ma proponendo riflessioni.
Il 21 aprile 1991, Thenmuli Rajaratnam, conosciuta come Dhanu, è esplosa durante il meeting della campagna elettorale a Sriperumbudur. Nell'attentato morirono 17 persone e il premier indiano Rajiv Gandhi.

Il 7 febbraio 1998 una donna sconosciuta si uccise durante la festività principale nello Sri Lanka. Con essa se ne andarono altre 9 persone.
Il 29 marzo 2002 la diciottenne Ayat al Ahras si fece esplodere davanti ad un supermercato nella periferia di Gerusalemme. Morirono a causa sua più di 20 persone.
Donne esistite realmente in una scenario sempre più contemporaneo che con le loro azioni hanno lanciato una messaggio di morte e disperazione intorno, spinte da tanti motivi, forse reali o forse semplicemente come la protagonista di questa pièce, costrette a portare in grembo il frutto della loro colpevolezza nella ricerca di riscatto nell'altro mondo.
La Donna Bomba di Chiara Tomarelli è colpevole di seduzione nei confronti di un uomo e dovrà scontare per questo la sua pena partorendo “con dolore” un esplosivo attaccato al suo utero, pronto a conoscere personalmente il personaggio politico di turno e tutte le persone nel raggio di 18 metri. L'attrice, che firma anche la regia dello spettacolo, riempie il palcoscenico scarno con la sua voce e la sua passione, coinvolgendo il pubblico nel dramma fin quasi alle lacrime, trasmettendo tutta la forza e l'angoscia di una donna rassegnata a morire, eppure mai veramente pronta e convinta di quel gesto fino alle scuse finali alla sua vittima in un ultimo abbraccio tra lei, il politico e l'esplosivo tra loro.
Lo spettacolo ad opera della compagnia Pianoinbilico e Officine Artistiche rientra nella rassegna Sguardi s-Velati al Teatro Due di Roma.

Manuela Tiberi

Letto 9759 volte Ultima modifica il Giovedì, 27 Gennaio 2011 10:24
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