Martedì, 13 Luglio 2010 12:12

Il cinema che salva l’ambiente

Scritto da Francesca Paolini
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[CINEMA]

poster21ROMA- Per le popolazioni andine quechua e aymara, la Pachamama è la Madre Terra, una divinità femminile generosa che ricambia il rispetto e l’amore degli uomini con regali che a quegli stessi uomini permettono il sostentamento quotidiano.

Nei primi quattro giorni di Luglio a Roma si è svolta la prima edizione del Festival del Cinema Latinoamericano sulle tematiche ambientali. Salviamo la Pachamama ne è il titolo eloquente. In programma tanti film, corti e animazioni selezionati e, infine, premiati da una commissione scientifica che contava su importanti nomi dell’Accademia di Scienze Ambientali di Venezia. L’organizzatore, l’associazione Nuovi Orizzonti Latini, non si è fatta mancare nulla, ottenendo grandi risultati in termini di qualità.

Tornando al tema della rassegna, sottolineiamo che il binomio ambiente- Latinoamerica è forse la chiave per interpretare una realtà che sta investendo non solo i cosiddetti paesi in via di sviluppo, ma anche quelli che sviluppati già sono o dovrebbero esserlo. Chi pensa che in un continente come quello centro-sudamericano la natura sia presa in considerazione dagli artisti in modo romantico, guardando esclusivamente alle bellezze che lì si possono contare numerose -foreste, montagne, fiumi- si sbaglia di molto.
La natura e l’ambiente  sono strettamente connessi con la realtà sociale e con la sopravvivenza della maggioranza della popolazione. L’ultima tragedia ambientale accaduta nel Golfo del Messico, in casa dei fratelli ricchi, è l’esempio fresco su cui poter ragionare di come la cura dell’ambiente sia cura dell’umanità intera.

Ecco quindi che i film proposti a volte potevano anche sembrare lontani dal tema “ambiente” os_herederosstrettamente inteso, abbracciando quello dello sfruttamento delle risorse e del lavoro di milioni di poveri. Si inquadra in questa prospettiva Los herederos (Gli eredi), film sulla realtà messicana dei bambini-lavoratori. Sequenze spietate, ritmo incalzante: mostrano piccoli e piccolissimi intenti a raccogliere tomate in latifondi assolati o legname nelle foreste umide. Bambine già donne esperte nei lavori, pesanti, di casa. Le mani sono protagoniste delle sequenze, mani indaffarate, rovinate, ferite. Piccole e instancabili. Sono gli eredi della stesa fatica di nonni e genitori che ancora le provano nelle loro mani. Sovrapposizioni di vite che di generazione in generazione sfatano il mito del progressivo miglioramento.

El regalo de la Pachamama, volendo appiccicare una comoda etichetta, può essere definito un documentario poetico. Seguiamo la vita di Kuntury, 13 anni, che vive con la sua famiglia nei pressi dell’immenso deserto salato Uyuni (Bolivia). Accompagnando il padre, che baratta blocchi di sale in cambio di altri beni, attraverso le montagne del suo paese, il ragazzino cresce nella comprensione della propria cultura e sviluppando un amore dolcissimo per la Terra.

Lo spazio a disposizione non ci permette una panoramica dettagliata di ciò che abbiamo potuto vedere all’Isola Tiberina durante i quattro giorni di proiezione, ma vogliamo almeno citare altri due lavori degni di essere scovati da chi ci legge: Quanto vale o è por quilo? (Brasile) e PAROPATAtierradelapapaTambogrande (Perù). Il primo mette in parallelo due realtà storiche del Brasile, il passato della schiavitù e il presente della dilagante povertà sfruttata da un’impresa che costruisce il proprio business su progetti di aiuto. Alla fine, c’è da chiedersi se la schiavitù sia davvero un incubo sepolto dal tempo.
Il secondo è un documentario sulle lotte che una comunità di coltivatori peruviani ha condotto con successo contro una società mineraria canadese, che aveva tentato di appropriasi di fertili campi coltivati a mango per estrarre il maledetto oro. “Questo è il nostro oro” affermano con dignità e tenacia i coltivatori che, tra manifestazioni e riunioni civiche, hanno cacciato il sempiterno invasore.
In onore della Pachamama si praticano ancora oggi riti propiziatori e di ringraziamento, durante i quali i sacerdoti sacrificano sangue animale o foglie di coca. Visti i maltrattamenti perpetrati ai suoi danni, però,  resta da chiedersi se basterà questo a placarla o se la Dea piuttosto, offesa e umiliata irrimediabilmente, non deciderà di tenere per sé i suoi preziosi regali.

Francesca Paolini

Letto 10750 volte Ultima modifica il Martedì, 13 Luglio 2010 12:17
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