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| Van der Graaf Generator_ World Record |
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CD MUSICA- Questa settimana, per cercare di far ricredere quella minoranza che si è convinta che abbiamo gusti eccelsi, inadeguati per un piccolo borghese e per un mercato in recessione come quello dei CD, abbiamo pensato a recensire non un capolavoro intoccabile, ma solo un ottimo disco, il settimo dei Van der Graaf Generator, e il penultimo prodotto dalla loro formazione classica se si calcola il più recente, doppio, Present.
Qualcuno ha trovato il modo di dire che gli manca quel nonsoché di vandergraaffico, altri che è invece scevro da autoindulgenza e che risulta tanto diretto da prestarsi all’ascolto in diverse occasioni, tra cui, magari, la cresima del cuginetto. La verità è – come spesso capita – nel mezzo: il disco è del 1976 come il precedente Still life, ed evidentemente il songwriter Peter Hammill, oscuro indagatore delle proprie e altrui tortuosità, era pronto per una scrittura un po’ diversa, più fluida, non però di maniera, perché non imita se stesso, ma piuttosto fluidifica le sue vene (espressive) conferendogli una maggiore – udite udite – orecchiabilità, tanto che World Record può fungere, per i non iniziati, da opera introduttiva alla produzione del gruppo britannico, anche per la dinamica del suono della registrazione, più vicino agli standards attuali rispetto ai loro primi classici e ulteriormente migliorata nel remaster della Virgin.
La grinta rauca e pomposa che comanda il centro del palco è sempre al suo posto, i testi continuano ad essere esistenziali e tesi, senza facili uscite consolatorie, ed il gruppo segue il leader assecondandolo con le sue timbriche caratteristiche a metà tra lo sfogo psicodrammatico e la parabola acida da predica nella cattedrale sconsacrata, vedi l’organo di Hugh Banton ed il sax di David Jackson, qui libero di improvvisare più del solito in spazi in cui l’anima si squaglia e si ricompone in rivoli lavici simili a bistro che cola sulla faccia d’un Faust contemporaneo da “Gli ultimi fuochi” (di Elia Kazan). La formazione, con relativa strumentazione, è la seguente: Guy
Evans (drum kit e percussioni); Hugh Banton (organo Hammond; sintetizzatori; piano acoustico; pedali di basso e basso chitarra); Peter Hammill (voce; chitarra elettrica e piano); e David Jack-son (sassofoni alto, tenore, e soprano (acustici ed elettrici); e flauto).
Ma le idee più esplosive sembra siano state serbate per i due dischi precedenti, e, secondo me, per il successivo, in cui pur separandosi da Banton e Jackson (anche per motivi finanziari) il sound è sia elettrizzante che commovente, grazie all’inserimento del violino del provetto Graham Smith al posto del sax. Ma passiamo ora ad una ricognizione dei brani che compongono quest’album, “Disco-Mondo” il cui artwork si propone come l’illustrazione fortemente iconica dell’oscura energia con cui dischi come questo sembrano prorompere dalla pancia stessa di un mondo disturbato che si lascia dilaniare dalla forza centrifuga di certe dolorose confessioni musicali circa la materialità della sopravvivenza in un presente volgare, segnando una sorta di “Record mondiale” di autolesionismo lirico.
Il_7- Marco Settembre