MILANO- Pubblicato nel 2001, Montedidio è stato definito dal quotidiano francese Le Monde uno dei migliori lavori di Erri De Luca. Il romanzo è ambientato in un quartiere popolare napoletano, Montedidio per l’appunto, in cui De Luca, con la sua magica prosa, conduce il lettore, creando una sorta di dimensione ibrida tra sogno e realtà.
La storia narrata infatti sembra quasi una favola: protagonista un ragazzino di tredici anni che si innamora di una bella coetanea, Maria. Purtroppo però in un quartiere come Montedidio anche le favole devono fare i conti con la realtà, particolarmente dura per i due piccoli protagonisti. Ma al di là delle vicende personali, in questo lavoro di De Luca è proprio Napoli ad esser protagonista: Napoli con le sue mille povertà, Napoli con i suoi odori, Napoli con i suoi ricatti e con i suoi sotterfugi, ma soprattutto Napoli con il suo dialetto, lingua unica e distinta. E’ infatti lo stesso protagonista a notare come “l’italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole”.
Insomma, un romanzo sicuramente che si presta a diversi piani di lettura e di non facile
rappresentazione. Nonostante la sfida non fosse delle più facili, Montedidio è stato scelto per diventare la prima produzione della Fondazione Culturale di Gallarate e della Compagnia Stabile del Teatro del Popolo, nate entrambe nel 2005 con lo scopo di gestire i due teatri cittadini, oltre a progettare ed organizzare appuntamenti e festival di ampio respiro, dedicati all’arte, alla letteratura, alla filosofia e alla scienza. in particolare, questa prima produzione nasce, secondo gli organizzatori, “dalla scommessa e della convinzione che ai ragazzi si possa - forse, oggi, sempre più si debba - parlare con rispetto, di cose serie, con delicatezza ma senza bamboleggiamenti, ammiccamenti, tabù. Da questo punto di vista lo splendido romanzo/fiaba di Erri De Luca - con la sua ricchezza - ci ha semplicemente catturato, portandoci con sè verso uno spettacolo che avvertiamo come necessario". Ed è probabilmente da questa convinzione che è nata anche l’idea di allestire due mattinèe dedicate alle scuole del milanese presso il Teatro Filodrammatici, mattinèe che si sono aggiunte alla consueta e canonica rappresentazione serale.
La trama vede come protagonista un ragazzino (interpretato da un giovane e convincente Samuel Salamone) che è costretto a crescere in fretta, a bruciare le tappe, a causa delle dure vicissitudini che la vita gli riserva. Allo scoccare dei tredici anni, complice la malattia della madre, si ritrova infatti a dover imparare il mestiere per poter aiutare le disastrate finanze familiari. Entra così nella bottega di Mast'Errico (Gabrio Monza), un falegname che gli insegna i rudimenti del mestiere; qui conosce anche lo strano Rafaniello (portato in scena da una simpatica Gianna Emmanuello), un calzolaio ebreo proveniente dal nord Europa, al quale un angelo ha predetto che avrebbe raggiunto
la Terra Promessa con le ali che, giorno dopo giorno, si stanno formando nella sua gobba. Ma il ragazzino non scoprirà solo i dolori che la vita può riservare, ma anche le gioie, grazie ad una coetanea, Maria (interpretata da un’altra giovanissima attrice, Paola Ferraguto), la quale, pur vivendo un dramma personale, saprà fargli conoscere, per la prima volta, l’amore.
Ovviamente la trasposizione teatrale di un romanzo e in particolar modo di un romanzo lirico come Montedidio, presta il fianco a problematiche di varia natura. Innanzitutto, il rischio principale è quello di perdere strada facendo elementi caratterizzanti come certi personaggi secondari, certi scorci cittadini, certe emozioni, ma soprattutto un certo linguaggio che affonda le sue radici nel dialetto napoletano, nei suoi suoni che, grazie alle sue origini, De Luca sa padroneggiare, consapevole che a Montedidio “molti di noi non lo parleranno mai l’italiano e moriranno in napoletano”.
Nonostante queste perdite fisiologiche e per certi versi inevitabili, anche per motivi geografici (la piecè è pur sempre nata e rappresentata in Lombardia), il risultato finale è comunque degno di nota e regala allo spettatore un racconto di formazione, che evidenzia come il sogno e l’utopia rappresentino ancore di salvezza e speranza in una vita che spesso sa regalare solo tragedie e dolori. Nel caso dei protagonisti la tanto agognata ancora è l’esperienza sentimentale che fornisce ai giovani protagonisti quella forza capace di aiutarli a sentirsi meno soli e ad affrontare, insieme, il mondo. Perché in fondo “chi sta solo è meno di uno”.
Christian Auricchio
