ROMA- “Nudo”: sebbene solo per pochi istanti, ho percepito una irrisoria parte del disagio di chi abbandona patria, averi e famiglia per rivendicare il diritto di (soprav)vivere. Anche io come loro: spinto, strattonato, additato, strigliato e fotografato, con un flash capace di abbagliarti e confonderti.
Come me tutti gli altri ospiti e spettatori: ci hanno separato gli uni dagli altri, prevalentemente in base al sesso, e poi ci hanno sbraitato in Dio solo sa quale lingua, richiedendoci chissà quali permessi e carte. La pièce teatrale/reportage Ricordi Lontani/Oggi della compagnia Teatro di Nascosto/Hidden Theatre inizia sul piazzale del Palladium quando, aspirando l’ultima boccata della mia sigaretta, è iniziata la mia “deportazione” verso l’interno della struttura. E lì lo spettacolo vero e proprio, atto di racconti, voci e testimonianze: “ricordi di guerra ed oppressione, di viaggi della speranza per una vita migliore in un paese sconosciuto…”. Crudezza, urla, pianti, strepiti e lacrime nei ricordi degli attori; poi qualche sorriso (amaro) nell’assistere a stage surreali per acquisire la cittadinanza italiana. Infine, per la seconda volta, il cast “di bianco vestito” si dispone attorno a noi, cattivo come all’inizio, pronto per prenderci e portarci via. Senza meta. Noi di nuovo impauriti davanti all’incognita, al disordine e alla vergogna. Noi di nuovo trattati come loro, solo perché avevamo lasciato i nostri agi, le nostre dimore e sicurezze per essere loro ospiti. Noi gli stranieri, loro gli autoctoni: di nuovo sullo spiazzale, di nuovo “nudi”. E dire che ho anche avuto, solo per un secondo, la tracotanza di lamentarmi del mio cappotto abbandonato per la fretta sulla poltrona. La regia di Annet Henneman: nel cast Gianni Calastri, Annet Henneman, Ridvan Ozman Rodi, Cinza Cacace, Francesca Anzelmo, Flavia Gallo, Stefano Galieni, Antonio Stinelli.
La serata, ripresi i nostri posti (che temevamo dover nuovamente abbandonare) procede con il
concerto Trasmigrazioni: Odio memoria e convivenza. Rocco De Rosa, direttore artistico di Ethnicus Festival delle Culture Migranti, commenta così lo spettacolo: “Parliamo dell’odio razziale, della memoria, della nostra immigrazione, delle migliaia di morti annegati, di quelli che si sono messi in viaggio alla ricerca di una vita più umana. Raccontiamo le loro vite, le loro famiglie, i loro mondi. Eppure la nostra musica, con l’incontro di musicisti sardi, cantanti etiopi e voci senegalesi, riesce a dimostrare una nuova possibilità di convivenza e di arricchimento reciproco”. Un tripudio di suoni e canzoni, di lingue e di dialetti, di percussioni e coreografie, di immagini e di disegni di sabbia, il tutto intervallato da reading ed interventi audio. Una ottima performance per ricordare che l’immigrazione è una ricchezza per tutti, che la diversità è abbondanza e bellezza. Per non dimenticare che anche noi italiani siamo stati (e siamo tuttora) accolti e ospitati e, talora, trattati come oggi spudoratamente trattiamo loro.
La musica armonizza, confonde i nostri colori e, a fine concerto, ci ritroviamo tutti un po’ più “simili”. Perché tra loro e noi non c’è differenza, solo un diverso punto di vista: e vale la pena scoprirlo. Al pianoforte Rocco De Rosa, Andrea Pisu alle launeddas e Alberto Cabiddu alle percussioni e cori, voce di Badarà Seck, “Kaw” Dialy Mady Sissoko alla Kora, Pino Pecorelli al contrabbasso e al basso elettrico, voci narranti di Giuseppe Boy e Saba Anglana, immagini di Silvia Giulietti, coreografie di Sara De Fanis, alla danza mediterranea Natalia Bonanese, ai disegni di sabbia Licio Esposito e Luciano Del Sette per i viaggi perduti. Applausi meritati.
Francesco Salvatore Cagnazzo
