[MUSICA]

jonhopkins1ROMA- Luci soffuse, locale ormai mezzo pieno, arrivo sotto al palco del Circolo degli Artisti in un piovoso giovedì 25 febbraio e mi sembra come se la serata sia iniziata da poco... e invece si sono gia' esibiti due gruppi e quello che vedo sul palco non e' di certo l'atteso Jon Hopkins.

Tratti orientali e abbigliamento gangsta, di sicuro un suo collaboratore che gli sta sistemando la consolle per l'imminente spettacolo (scopriro' poi essere il tecnico del suono).
Per chi non sa chi sia Jon Hopkins o per chi lo conosce da poco bisogna quantomeno spendere due parole: inglese, inizia a suonare il piano quando i piu' di noi ancora non sanno nemmeno cosa sia la musica, intraprende la carriera scolastica al Royal College of Music di Londra studiando composizione a soli 12 anni, quando inizia a produrre arrivano subito i riconoscimenti e le sue creazioni vengono usate in pubblicità, film, famose serie Tv come Sex and the City e varie compilation, la sua carriera prosegue gloriosa lavorando con artisti di punta come Coldplay, Keane e Frou Frou, con cui si cimenta anche come remixer.

Sono le 23 passate e sul palco solo un pianoforte e il tavolo da cui scendono i mille cavi del jonhopkins2sintetizzatore. Jon e' un bel tipo, vagamente dandy, quando entra in scena rompe subito il ghiaccio con un paio di pezzi di elettronica pura con i quali il pubblico si scatena ballando. Arriva poi a duettare al piano con l'italianissimo Davide Rossi, al violino elettrico. Quello che esce fuori da quei due strumenti, classici per antonomasia, e' un suono etereo, non classificabile, musica che trascende da ogni schema. Jon Hopkins accompagna con le sue melodiche composizioni le sferrate acide del violino, ne viene fuori un suono introspettivo e profondo, che riscuote acclamazioni e applausi prima ancora del finire dei pezzi.
Un 'elemento di disturbo sara' sicuramente il continuo brusio dei meno attenti al quale Jon presta attenzione e non si lascia sfuggire un'occhiataccia proprio sotto di lui, ma con classe e quell'inconfondibile stile british passa poi con disinvoltura al synth.
Il musicista londinese si sbizzarrisce in una sorta di dj set “suonato” ammaliando i presenti con improvvisazioni alle tastiere tra bassi stridenti e ritmi ipnotici su basi deep. Il repertorio da cui attinge ripercorre a tratti tutta le sue creazioni dal 2001 ad oggi con chiare venature da “Opalescent” e “Insides”. Una serata che ci insegna a guardare le molteplici sfaccettature di un genere, come l'elettronica, con occhi e orecchie nuove, la profondità di Jon Hopkins e le sue ipnotiche melodie in fusione tra classico e avanguardia.

Laura Fioravanti


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MArteMagazine - Anno III - Numero 87
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